Una questione di nomi

Vorrei esprimere la mia indignazione per la telecronaca di Manchester City-Napoli di ieri sera. Forse dovrei indignarmi per altro, ma quando si tratta di sport sono un rognoso, puntiglioso rompiballe. In realtà, poi, non si tratta nemmeno di sport, ma di correttezza e rispetto, d’essere in grado di assolvere almeno le basi del proprio lavoro. Cosa mi ha costretto a cambiare canale dopo un quarto d’ora dall’inizio della partita? Il telecronista, quel maledetto telecronista del quale non riporto il nome poichè non è un suo problema, bensì purtroppo un problema generale di come viene trattato lo sport in Italia; l’ennesimo mattoncino nel muro della cialtroneria, del pressapochismo, del non vedere al di là della vita privata del pseudo-fenomeno (mediatico) di turno. La pietra dello scandalo è la pronuncia del cognome del calciatore slovacco del Napoli Marek Hamšík: il telecronista deve aver notato all’ultimo momento, di sfuggita, quell’accento rivelatore, quell’accento che riscrive la storia della telecronaca italiana, quell’accento così evidente quanto bellamente ignorato. Finora. Hamšík… dunque “Hamsìk” dev’essere la pronuncia corretta! (L’accento lo sappiamo gestire tutti, l’háček decisamente no, per cui possiamo ignorarlo.) E via con novanta minuti di Hamsìk. Non fosse che in ceco ed in slovacco – così come nell’altra maggiore lingua slava occidentale, il polacco – l’accento grafico non corrisponde per forza all’accento tonico. Ovvero: se in italiano leggiamo “però” sappiamo che dobbiamo mettere forza (accentare) nell’ultima sillaba, mentre se leggiamo “pero” sappiamo di dover seguire le regole generali dell’italiano, dove la maggior parte delle parole sono piane (hanno l’accento tonico sulla penultima sillaba). In altre lingue non è così, basti pensare al nome ungherese Ádám: dove lo mettiamo l’accento tonico? In ceco ed in slovacco l’accento tonico cade sempre sulla prima sillaba (come nell’ungherese: dunque “Àdam”), salvo eccezioni che possiamo ignorare non essendo tenuti a sapere tutti i casi particolari di tutte le lingue del Mondo; ergo si legge “Hàmsciik” ovvero (molto) approssimativamente come lo leggono tutti i telecronisti/giornalisti cialtroni senza velleità linguistiche. Si potrebbe pensare che il telecronista semplicemente associ l’accento grafico all’accento tonico, in fondo in italiano è così: bene, allora perchè il nostro ha altresì pronunciato per tutta la partita il colombiano Zúñiga “Zunìga”? E perchè tornando timidamente di tanto in tanto sulla telecronaca della partita ho avuto la fortuna di sentire un “Tevèz” dal bordocampista (termine orripilante, ma tant’è)? Direte: è solo un accento, che differenza fa? È un mio scrupolo eccessivo? Bene, d’ora in poi pronuncerò i vostri nomi con accenti sbagliati, tanto è “solo un accento”, no?

P.S.: parlando sempre del Napoli, molti si chiedono se il cognome del calciatore svizzero Blerim Džemaili debba essere pronunciato “Jemàili” o “Jemaìli”. Džemaili è un “Македонски Албанци”, ovvero è nato in Macedonia da una famiglia di origine albanese (come… Madre Teresa): in macedone l’accento generalmente cade sulla terzultima sillaba (“Jemàili”), mentre in albanese sulla penultima (“Jemaìli”). Sono dunque entrambe valide.

Colgo l’occasione per riportare un breve articoletto sul tema, pubblicato per il terzo numero (febbraio 2011) di Pianeta Sport. Nel nome di Franco Bragagna.


L’articolo che segue è la versione originale dell’articolo pubblicato da Pianeta Sport e potrebbe differire per contenuto dalla versione definitiva, dunque È soggetto al copyright del sito. L’articolo pubblicato da Pianeta Sport contiene alcune tabelle interessanti con esempi e spiegazioni: vi consiglio vivamente di dargli un’occhiata (pagina 79 del viewer, pagina 77 della rivista).

Come scrisse l’autore statunitense Norman Vincent Peale “la parola più importante di qualsiasi linguaggio è il nome proprio della persona”. Arrivò a pensarla così anche il grande ricercatore sportivo Bill Mallon quando mostrò orgoglioso una copia fresca di stampa del suo primo libro alla giavellottista Karin Smith e l’unico commento dell’atleta fu: “Ma hai scritto male il mio nome” – aveva usato il più comune ma, in quel caso, sbagliato Karen. E come potremmo pensarla diversamente noi che da Peale e Mallon abbiamo solo da imparare? Il nome di una persona è il primo e più importante dato che la riguarda e dovrebbe essere trattato con la cura che merita. Già, dovrebbe. Come li trattiamo i nomi in Italia? Male, molto male. Anzi, peggio: non ce ne curiamo. La goccia che ha fatto traboccare il mio vaso ha il nome di Siniša Anđelković o meglio, ha il nome del telecronista (persona pagata per pronunciare nomi ed assegnarli ai giocatori corretti) RAI che per i novanta minuti di Palermo-Chievo Verona ha pronunciato il cognome del buon Siniša “Andelkovic”, scatenando l’ira e la pedanteria di un precisino come me. Cercherò qui di spiegare i motivi della necessità di una corretta pronuncia e scrittura di nomi e cognomi degli sportivi (in quanto oggetto della nostra rivista, ma il concetto è ovviamente da estendersi alle persone in generale) e porterò alcuni esempi particolari.

Se non vi bastassero Peale, Mallon, il rispetto, la correttezza d’informazione ed il buonsenso, provate ad immaginare voi stessi nella situazione del povero Anđelković: vi piacerebbe se il vostro cognome venisse continuamente storpiato? Per strada, in televisione, negli uffici, al telefono col Capo di Stato mentre festeggiate la vittoria nel Super Bowl? Vi girereste per strada se vi chiamassero storpiando il vostro nome? Probabilmente no. Dunque scrivere e pronunciare correttamente il nome di una persona è la prima e più ovvia forma di rispetto e fa parte del dovere di corretta informazione che è fondamento del mestiere di giornalista. Per un ricercatore disattendere questo principio è ancora più grave poichè produce un errore e forse proprio per questo la questione è più sentita tra chi deve fornirci lavori attendibili ed impeccabili, mentre ci aspettiamo molto meno dai giornalisti ed accondiscendiamo più facilmente alla loro cialtroneria.

Il traguardo della scrittura corretta dei nomi è molto facile da raggiungere: il martire Anđelković è nato “Anđelković” e sarebbe scorretto scrivere Andelković, così come Andelkovic, Anđelkovic, Anđelkovic, Amendola o Battistelli. Tutti errori che si equivalgono in quanto qualsiasi scrittura diversa da Anđelković è sbagliata e rappresenta “altro” (nel caso specifico Andjelković sarebbe accettabile in quanto il digramma “dj” venne sostituito dal carattere Đ/đ ed ancora oggi ne è un’alternativa). Senza tirare in ballo linguistica, fonemi, grafemi e Ferdinand de Saussure, possiamo dire che ogni parola (ed i nomi sono parole) è composta di due parti: una è il modo in cui è scritta, l’altra ciò che significa. Possiamo quindi dire che Anđelković è scritto in un modo e significa una cosa, Andelkovic è scritto in un altro e ne significa un’altra; se non ci credete date un’occhiata all’ultimo paragrafo. Una delle obiezioni più frequenti riguarda la fatica necessaria a trovare il nome nella grafia corretta. Bene, voi approssimereste il cognome De Prà in De Pra? Ovviamente no, poiché capite subito, ad occhio, che trattasi di errore e non di approssimazione e dunque fate la fatica di cercare sulla tastiera la lettera A/a accentata. Allo stesso modo potete cercare Andelkovic in qualsiasi media sloveno e trovare la scrittura corretta; un copia-incolla e le Colonne d’Ercole sono dietro le spalle. Non è stato poi così tremendo, no?

Aggiungiamo ora alla parola l’elemento del suono, ovvero il modo in cui si pronuncia in un determinato linguaggio. Nel riportare gli esempi mi troverò giocoforza ad approssimare, sia perchè alcuni suoni in italiano semplicemente non esistono e l’IPA (un alfabeto fonetico pensato per rappresentare fedelmente i suoni prodotti dalla voce umana) in Italia è terra sconosciuta, sia perchè nessuno di noi può parlare correttamente tutte le lingue esistenti e conoscerne le infinite sfumature (si pensi alle differenze regionali di pronuncia). In particolare gli accenti sono un errore tollerabile: persino noi italiani abbiamo dovuto chiedere a Criscito dove diavolo cadesse l’accento ed ancora ci arrovelliamo sul motivo per cui si dice Salgàri e non Cagliàri. Per raggiungere il secondo traguardo, quello della corretta pronuncia, è bene cominciare imparando alcune regole basilari più o meno generali che trovate nella tabella. Per ottenere una pronuncia perfetta sarebbe meglio informarsi alle ambasciate, come usava un tempo, o cercare nel mare magnum di internet che, se osservate bene, non è popolato solo di siti porno.

Per concludere questo breve articolo di sensibilizzazione, se ancora non comprendete il motivo per cui dovreste avere cura di quella Đ/đ riporto un fatto di cronaca che vi illuminerà definitivamente. Un giorno di quasi quattro anni fa, ad Ankara, Emine e Ramazan decisero di lasciarsi a causa delle classiche incomprensioni divenute insanabili. A seguito della decisione si scatenò un diverbio che proseguì una volta lontani tramite SMS: “Zaten sen sıkışınca konuyu değiştiriyorsun!” (“cambi argomento ogni volta che non sai cosa dire!”) tuonò lui. O meglio avrebbe voluto tuonarlo, poichè in realtà tuonò di peggio. Il cellulare di Emine, pigro come voi, riteneva che non vi fosse poi tanta differenza tra una I/ı ed una İ/i – un puntino, che sarà mai – e mostrò così la parola sikişinca. Quest’ultima troverete sia molto simile alla parola sikişince – nella fretta una A/a diventa E/e facilmente – che modificherebbe la frase in “cambi argomento ogni volta che ti f…” danno piacere fisico, per così dire. Emine mostrò il messaggino al padre che, non troppo avvezzo alla linguistica applicata ai cellulari, chiamò Ramazan accusandolo di trattare la figlia alla stregua di una prostituta. Il poveretto andò a scusarsi a casa della ex-compagna e venne accolto da una schiera di affilati coltellacci. Pare che in Turchia le controversie linguistiche si risolvano così. Con un coltello nel torace, Ramazan cercò di scappare mentre Emine dalla sua cercava di finirlo sulla soglia della porta di casa ed il ragazzo solamente riuscì ad estrarre la lama e ferirla di rimando. Emine morì dissanguata, Ramazan si suicidò in cella.

Avete ancora voglia di scrivere Andelkovic?

C.T.

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Pubblicato il 15 settembre 2011, in Calcio, Linguistica e dintorni, Ricerca con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Sono cresciuto sentendo chiamare il portiere della Sampdoria Battàra. Poi un bel giorno hanno cominciato a chiamarlo Bàttara e per me niente fu più come prima.

    Silvano

    p.s. Il tuo pezzo meriterebbe la pagina culturale di un quotidiano

  2. Troppo buono Silvano, immagino intendessi dire che il tema del pezzo meriterebbe la pagina culturale di un quotidiano ed in questo sono d’accordo, bisognerebbe parlarne. Per decenni abbiamo chiamato un Papa con un nome non suo e solo negli ultimi anni qualcuno se n’è accorto.

    Il caso di Battara è esattamente lo stesso di Criscito… purtroppo l’italiano ha gli accenti irregolari e senza l’obbligo di segnalarli (tranne nei casi particolari che sappiamo tutti), per cui la preferenza a Battàra va data per il semplice motivo che le parole piane sono in maggioranza e quindi è più probabile che si legga così, null’altro. L’unico modo per essere sicuri della corretta pronuncia è chiedere al diretto interessato, come si fece nel caso di Criscito. L’assenza di regole rigide non ci permette di sapere la pronuncia esatta, ma ci costringe a navigare nel mare delle abitudini dunque sia Crìscito che Criscìto, così come Bàttara e Battàra, potrebbero essere corretti e l’unica discriminante diventa il modo in cui quella famiglia lo pronuncia.

    Aggiungo un’osservazione che non ebbi modo di riportare nel pezzo: infilare la testa nella sabbia costringe i telecronisti/”giornalisti” a doversi destreggiare con suoni assolutamente difficili in italiano quali “Feczesin” o “Dzsudzsák” quando informandosi potrebbero tirare un sospiro di sollievo e trovarsi a dire un più semplice “Fècescin” o “Giùgiak”.

    C.T.

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