La resistenza calpestata di Kiev

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Questo resoconto, frutto di minuziosa ricerca e raccolta di documenti, è uno dei primi lavori in italiano a portare alla luce la vera storia di questa partita. È stato scritto da Damiano Benzoni (@DamjanBNZ) e pubblicato su SportVintage prima e Dinamo Babel (@DinamoBabel) poi. È qui riportata fedelmente la versione pubblicata su Dinamo Babel senza modifica alcuna.

Qui potete trovare l’intervento dell’autore alla trasmissione A Bordo Campo (Radio24) sulla vicenda oggetto dell’articolo.

ImmagineLa cicatrice sulla guancia sinistra non lasciava dubbi: quell’uomo nel caffè in Mykhailivs’ka Vulycja era Mykola Trusevič, il portiere della Dinamo. Era irriconoscibile, persino per un tifoso sfegatato come Iosif Kordik. Magro ed emaciato, zoppicante, vestito di stracci, sporco e non rasato, l’unico indizio che rendeva riconoscibile il portiere era proprio quella cicatrice, procurata in uno scontro di allenamento contro il cognato e compagno di squadra Josyf Livshitz. Nel vedere in quello stato il grande Trusevič, l’ispiratore della storica vittoria 6-1 della Dinamo Kiev sul Red Star Olympic di Parigi, Kordik decise di invitarlo al suo tavolo e offrirgli un pranzo. Uscito dal campo di prigionia della Darnica e diviso da moglie e figlia, rifugiatesi ad Odessa, Trusevič viveva di stenti sotto la sempre presente minaccia di essere arrestato, deportato come schiavo in Germania o giustiziato.

L’Ucraina era stata occupata dai nazisti il 22 giugno 1941, all’inizio dell’Operazione Barbarossa, il giorno in cui la Dinamo Kiev doveva inaugurare il nuovo Stadio della Repubblica Stalins’kyj Respublikans’kyj Stadion, l’odierno Stadio Olimpico della capitale ucraina. Kiev fu bombardata fin dal primo giorno dell’invasione e nel mese di settembre fu raggiunta dalle truppe della Wehrmacht: l’Armata Rossa, con poca esperienza (i migliori ufficiali erano stati purgati da Stalin) e scarso equipaggiamento, era stata falciata attacco dopo attacco dai tedeschi, senza riuscire a opporre resistenza. Ben più efficace fu la resistenza partigiana per le strade di Kiev, cui parteciparono distinguendosi alcuni dei giocatori della Dinamo. I calciatori erano stati trattenuti nella capitale, mentre le loro famiglie si rifugiavano a Odessa, nelle retrovie: alla richiesta di unirsi ai propri cari nella fuga il presidente dell’NKVD locale, Lev Varnavskyj, aveva accusato i giocatori di codardia. Varnavskyj morì suicida il giorno stesso in cui le truppe di Hitler fecero il proprio ingresso a Kiev. Tra i giocatori che si distinsero nei combattimenti in difesa della città vi furono le mezzali Mykola Mahynja, fervente stalinista, e Konstantin Ščegods’kij, oltre a Trusevič. Kiev si arrese il 19 settembre 1941. I tedeschi fecero oltre seicentomila prigionieri di guerra, tra cui Mahynja e un malmesso Trusevič. Ščegods’kij, che era riuscito a lasciare la capitale per continuare a combattere nelle retrovie, si era separato dal portiere il giorno prima, dopo averlo incontrato fortuitamente allo stadio: anch’egli l’aveva riconosciuto unicamente grazie alla cicatrice sulla guancia. Mentre i nazisti fucilavano quasi 34 mila ebrei in due soli giorni presso le rovine di Babyn Jar, Trusevič e gli altri giocatori presi come prigionieri di guerra lottavano per la sopravvivenza nel campo di detenzione della Darnica. Per poter tornare a Kiev, furono costretti a firmare una dichiarazione di lealtà al regime nazista. Nel 1942 Kiev contava quattrocentomila abitanti. Tre anni dopo ne sarebbero rimasti vivi solamente ottantamila.

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Iosif Ivanovič Kordik era un ceco della Moravia, nato nell’Impero Austro-Ungarico, e aveva combattuto la Prima Guerra Mondiale per gli Asburgo. Ferito in combattimento, era stato costretto dagli eventi a rifugiarsi a Kiev, dove rimase per il resto della sua vita. Sfruttando la sua conoscenza perfetta del tedesco, modificò il proprio patronimico da Ivanovič a Jorganovič, mentì riguardo il proprio luogo di nascita e, dichiaratosi austriaco, ottenne di farsi riconoscere come Volksdeutsche, una delle quattro classi in cui i tedeschi stratificarono la società dell’Ucraina dopo l’occupazione. Il vertice della piramide era rappresentato dai Reichsdeutsche, i tedeschi del Reich, soldati e amministratori con poteri pressochè infiniti, che conducevano uno stile di vita di gran lunga superiore a quello del resto degli abitanti della città. I Volksdeutsche erano cittadini di provenienza tedesca che già si trovavano a Kiev, a cui fu concesso il privilegio di poter gestire attività: Kordik si trovò a dirigere l’importante panificio cittadino per cui lavorava. I cittadini ucraini, nonostante avessero generalmente rigettato il bolscevismo che aveva oppresso l’Ucraina sotto il pugno di ferro di Stalin, erano considerati schiavi da far lavorare fino allo stremo in condizioni inumane. Ancora peggiore era la situazione di coloro che erano considerati nemici del Reich: membri del Partito Comunista, ufficiali di polizia o individui che avessero prestato servizio nei combattimenti a difesa della città. Tra i nemici del Reich, tenuti sotto costante sorveglianza, vi erano i giocatori della Dinamo, la squadra che, nella rigida struttura sportiva sovietica, faceva capo all’NKVD, la polizia segreta. Anche se si trattava solo di un modo di poter essere tesserato e poter giocare per una squadra prestigiosa (la Dinamo Kiev dall’inizio del Campionato Sovietico nel 1936 aveva ottenuto un secondo e un terzo posto), ogni giocatore era un dipendente del Ministero degli Interni.

Kordik era un appassionato di sport: avrebbe fatto qualsiasi cosa per aiutare il suo campione, Trusevič, e per averlo al suo fianco. Approfittando dei privilegi dovuti al suo stato di Volksdeutsche, si offrì di assumere Trusevič nel suo panificio. Il portiere aveva lavorato per vent’anni come ingegnere panificatore, ma dovette accettare un posto come inserviente, con la mansione di spazzare il cortile della fabbrica: le leggi naziste gli impedivano, essendo un nemico del Reich, di tornare a esercitare la sua vecchia professione. Kordik non era spinto unicamente dall’altruismo: appassionato di sport, voleva circondarsi di figure che avessero avuto un certo prestigio sportivo e fornire ai propri dipendenti, attraverso lo sport, una valvola di sfogo perchè producessero di più e lavorassero meglio. Fu così che Kordik chiese a Trusevič di andare in cerca dei suoi vecchi compagni, per formare una squadra di calcio del panificio: i giocatori assunti avrebbero così ottenuto un posto per dormire, qualcosa da mangiare e una piccola protezione dalle angherie del Reich. Il portiere, personaggio carismatico dello sport ucraino, riuscì ad allestire la squadra nella primavera del 1942, partendo dall’ala Makar Hončarenko. All’arrivo dei nazisti, Hončarenko si era adoperato per conservare la propria divisa e i propri scarpini: nazismo o comunismo, la sola cosa che gli importava era la possibilità di giocare a calcio. Hončarenko accettò entusiasticamente la proposta di Trusevič: si mise in contatto con il difensore Mychajlo Svyrydovs’kyj e col centravanti Ivan Kuz’menko e iniziò ad aiutare il suo vecchio compagno di squadra nel reclutamento. Ai vecchi giocatori della Dinamo si unirono anche Vasyl’ Sucharjev, Volodymyr Balakin e Mychajlo Mel’nyk, del Lokomotyv Kiev, la seconda squadra della capitale ucraina.

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Nel frattempo Kiev cercava di resistere come possibile all’occupazione tedesca: organizzazioni clandestine cercavano di mantenere alta la speranza degli abitanti della città e, in alcuni casi, ne organizzavano la fuga verso i territori ancora sotto il controllo dei sovietici. I tedeschi non erano riusciti a piegare lo spirito degli ucraini e, per sottomettere Kiev, dovettero affidarsi alla propaganda. E al calcio: quale migliore mezzo di propaganda poteva plasmare il cuore e le menti degli ucraini e renderli più arrendevoli al regime nazista? Fu così che i tedeschi organizzarono allo Stadio della Repubblica una partita tra la squadra di un’unità dell’esercito tedesco e una squadra ucraina chiamata Ruch. La Ruch era stata fondata da Heorhyj Ščvecov, ex calciatore del Lokomotyv divenuto fervente collaborazionista del regime nazista. La sua speranza, simile a quella di Kordik, era di attrarre nella sua squadra la crema del calcio ucraino, ma il livello dei giocatori della Ruch era molto inferiore a quello che Ščvecov si illudeva di attirare. L’aperto collaborazionismo della squadra nei confronti dei nazisti non aiutava certo a rendere l’iniziativa più popolare. In compenso l’ex-Lokomotyv, divenuto allenatore-giocatore della Ruch e giornalista sportivo per il giornale collaborazionista Nove Ukraïns’ke Slovo, riuscì a convincere le autorità tedesche a riorganizzare il campionato ucraino di calcio. La nuova stagione calcistica di Kiev avrebbe avuto il suo calcio d’inizio il 7 giugno 1942.

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Data la classe della squadra che Kordik era riuscito ad allestire, era inevitabile che il team del panificio venisse iscritto al nuovo campionato. La squadra venne battezzata FC Start. Fu nominato capitano Mykola Trusevič, il carismatico portiere, noto per la sua agilità e per il suo stile di parata spettacolare. Trusevič era visto dai compagni non solo come un esempio di impegno e dedizione, ma anche come un motivatore, un’ispirazione. Ad affiancarlo nelle decisioni era Mychajlo Putystin, veterano della squadra che vinse l’argento nel campionato sovietico del 1936. Mychajlo Svyrydovs’kyj, colonna della Dinamo di dieci anni prima, divenne l’allenatore de facto della Start: ormai ritiratosi, tornò a indossare gli scarpini, posizionandosi in difesa insieme a Fedir Tjutčev (anche lui tornato dal ritiro) e dal veloce Oleksyj Klimenko, terzino minuto, ma arcigno. Se a centrocampo si attestò Mykola Korotkich, personaggio calcistico di second’ordine, l’attacco della Start era invece una parata di stelle: ad affiancare Mykola Mahynja c’erano Pavel Komarov, capocannoniere della Dinamo fino al 1939, e Ivan Kuz’menko. Komarov e Kuz’menko erano due giocatori complementari: se Komarov affiancava ad un innato istinto per il gol una scarsa propensione alla fisicità, Kuz’menko vantava una buona presenza fisica e un tiro potente e preciso. Hončarenko, infine, era l’artista della squadra: basso e compatto, ma allo stesso tempo veloce e talentuoso, possedeva visione di gioco e classe, oltre all’abilità di servire i compagni in maniera precisa e di sfruttare ogni spiraglio di porta che offrisse la possibilità di segnare.

Ai giocatori della Start, in particolare allo stalinista Mahynja, non sfuggì la natura propagandistica del campionato: partecipare la competizione poteva essere letto come un segnale di collaborazionismo con i nazisti. Molti giocatori erano però convinti che giocare potesse contribuire a tenere alto il morale dei cittadini della Kiev occupata. La storia, narrata da Hončarenko, vuole che Putystin e Trusevič avessero trovato in un magazzino una divisa con cui disputare il campionato. Rossa. “Non abbiamo armi – disse Trusevič – ma possiamo combattere per la vittoria in campo. Indosseremo questo colore, il colore della nostra bandiera: i fascisti devono imparare che questo colore non si piegherà”. Trusevič trovò per se stesso una maglia nera con finiture rosse, da utilizzare come divisa da portiere. Nonostante i massacranti turni di lavoro del panificio, la scarsa alimentazione e la precaria condizione fisica, il 7 giugno la Start iniziò il proprio campionato giocando allo Stadio della Repubblica contro la Ruch, battendola 7-2 e mandando su tutte le furie Ščvecov. La rappresaglia del collaborazionista fu immediata: Ščvecov ottenne dal maggiore-generale Eberhardt di impedire ai giocatori della Start l’accesso allo Stadio della Repubblica. Kordik giunse in soccorso della sua squadra, riuscendo a strappare alle autorità il permesso di utilizzare un impianto più piccolo, lo stadio Zenit. Lo Zenit fu inaugurato con una vittoria 6-2 sulla squadra del battaglione ungherese, seguita pochi giorni dopo da un perentorio 11-0 ai danni del battaglione rumeno. Proprio i soldati ungheresi e rumeni, alleati loro malgrado dei tedeschi e costretti al fronte, divennero i più grandi sostenitori della Start. Culturalmente affini agli ucraini, non vedevano con simpatia i nazisti: arrivarono a regalare di nascosto cibo ai giocatori della Start e a supportarli col proprio tifo alle partite successive. Le vittorie della Start iniziarono a significare molto per la popolazione di Kiev: per molti furono un’ispirazione a resistere, uno sprone a tenere alto il morale, un appiglio per non lasciarsi schiacciare dai nazisti.

Il 17 luglio la squadra incontrò per la prima volta una squadra tedesca, la PGS, affondandola sotto il peso di sei reti 6-0, mentre un’altra squadra ungherese, l’MGS Wal, perse 5-1 due giorni più tardi. La rivincita dell’incontro con l’MGS Wal, organizzata dai nazisti per piegare fisicamente i giocatori e costringerli alla sconfitta, ebbe solo il risultato di alimentare l’alone di leggenda della Start, che resistette epicamente alla rimonta ungherese, strappando una vittoria 3-2 al fischio finale. La Start stava diventando un simbolo della resistenza di Kiev, e le autorità tedesche non potevano più far finta di niente. Arrestare e giustiziare i giocatori avrebbe avuto l’effetto indesiderato di creare dei martiri. I comandi militari decisero di mandare a giocare a Kiev il Flakelf, la più forte squadra militare tedesca di stanza in Ucraina, considerata invincibile. Il risultato del 6 agosto fu un’altra volta una larga vittoria della Start: il Flakelf fu sconfitto 5-1, proprio nei giorni in cui Stalin proclamava che l’Unione Sovietica non avrebbe fatto un solo passo indietro. L’ultima occasione per piegare la Kiev calcistica sarebbe stata il 9 agosto: rinforzando la squadra con alcuni tra i migliori calciatori dell’esercito tedesco impiegati sul fronte ucraino, i nazisti organizzarono la rivincita.

Start-1942

Qui comincia la leggenda della Start, tramandata dal racconto fatto da Hončarenko a una radio nel 1992. Poco di quanto avvenne è sicuro e documentabile, e molti sono i dubbi, oltre che le diverse versioni dei fatti, discordanti perfino sui risultati delle due partite tra Start e Flakelf: la versione più credibile e meglio documentata è quella riportata da Andy Dougan nel suo Dynamo: Defending the Honour of Kiev. I giocatori vennero considerati da parte dell’opinione sovietica dei disertori che, invece di combattere al fronte in difesa di Stalingrado e Mosca, si erano imboscati ed erano stati conniventi con l’invasore, al punto di intrattenersi in partite di calcio con lui. D’altronde, l’orgogliosamente nazionalista Ucraina aveva sempre mostrato insofferenza per i russi e per il giogo sovietico. I giocatori che sopravvissero alla guerra non furono perseguitati dal regime stalinista, che forse preferì evitare di toccare dei popolari eroi sportivi e decise piuttosto di sfruttare la vicenda a fini di propaganda, colorando, esagerando e distorcendo a proprio piacimento la storia di Trusevič e compagni. I giocatori sono ricordati da tre monumenti a Kiev, uno dei quali si trova allo Stadio Lobanovs’kyj, casa della Dinamo. Scolpito da Ivan Horovyj nel 1971, il monumento porta sul suo piedistallo una poesia di Stefan Olyjnyk:

Per il nostro presente
sono morti nella lotta
la vostra gloria non si spegnerà,
eroi, atleti senza paura.

Il 9 agosto un arbitro tedesco fece il suo ingresso nello spogliatoio della Start, prima della partita, intimando ai giocatori di scendere in campo e salutare alla maniera dei tedeschi. Dopo il sieg-heil dei tedeschi, però, i giocatori della Start abbassarono la testa per un attimo e, invece di urlare “Heil Hitler!“, fecero il saluto che era di costume nello sport sovietico: “Fitzcult Hurà!“, un motto che inneggia allo sport come miglioramento di se stessi, dal punto di vista fisico e interiore. Fu il Flakelf a portarsi in vantaggio per primo, approfittando dello stordimento del portiere Trusevič, colpito da un calcio in testa. Il pareggio venne dal potente piede di Kuz’menko, che eluse la ben organizzata difesa tedesca con un tiro da trenta metri di distanza. Due reti di Hončarenko, un dribbling inebriante e una mezza rovesciata, chiusero il primo tempo sul punteggio di 3-1. Durante l’intervallo la squadra ricevette due visite. Il primo visitatore fu Ščvecov, fino al giorno prima acerrimo nemico della Start, che chiese ai giocatori di pensare alla propria incolumità e di non far adirare le autorità tedesche. Dopo Ščvecov fece il suo ingresso un ufficiale delle SS. “Siamo veramente impressionati dalla vostra abilità calcistica e abbiamo ammirato il vostro gioco del primo tempo – disse l’ufficiale, in un russo impeccabile – Ora però dovete capire che non potete sperare di vincere. Prima di tornare in campo, prendetevi un minuto per pensare alle conseguenze”. Nel secondo tempo il clima della partita era cambiato: entrambe le squadre giocarono in maniera trattenuta. Due reti per parte fissarono il risultato sul 5-3. Il difensore Oleksyj Klimenko umiliò i tedeschi poco prima del fischio finale, dribblando la difesa del Flakelf e il loro portiere, fermando il pallone a un passo dalla porta e ricalciandolo in campo invece di segnare un 6-3 ormai scontato.

dynamo_1941

L’invincibile Start giocò solo un’altra partita, umiliando nuovamente la Ruch di Ščvecov 8-0. Alcune settimane più tardi iniziarono gli arresti. Il primo ad essere portato via fu il mediano Mykola Korotkich. Riserva della Dinamo negli anni ’30, si era ritagliato un posto da titolare nel centrocampo della Start. A differenza dei suoi compagni di squadra, che erano membri dell’NKVD solo nominalmente, Korotkich era un ufficiale in servizio della polizia segreta. Fu arrestato il 6 settembre, e morì dopo venti giorni di tortura nel quartier generale della Gestapo in Korolenka Vulycja. Anche gli altri giocatori subirono le torture della Gestapo, prima di essere deportati nel campo di concentramento di Syrec, poco fuori Kiev, amministrato dal feroce Paul von Radomsky, Obersturmbahnführer delle SS. Hončarenko e Svyrydovs’kyj riuscirono a fuggire insieme: il primo fu l’unico dei giocatori a raccontare la propria versione della storia della Partita della Morte, come fu battezzata più tardi. Fuggì dal campo anche Komarov, accusato da Hončarenko di essersi venduto alle SS pur di avere un occasione di scappare.

Tre giocatori persero la loro vita a Syrec: Kuz’menko, Klimenko e Trusevič, tutti e tre nella stessa occasione. La loro morte viene raccontata da un sedicente testimone oculare, ma il racconto stesso conserva i tratti della leggenda e ci presenta tre morti quasi stereotipiche, che enfatizzano i tratti salienti del carattere dei tre giocatori. La mattina del 24 febbraio 1943 Radomsky ordinò di uccidere una rappresaglia per un tentato attacco incendiario al campo. I prigionieri vennero disposti in fila: una persona ogni tre veniva colpita alla testa col calcio del fucile e freddata con una pallottola alla nuca. Ivan Kuz’menko, il gigante dell’attacco della Dinamo e della Start, fu colpito in mezzo alle scapole dal calcio del fucile, vacillò e, benchè stremato dalla fame e dalla fatica, rimase in piedi. Resistette a diversi colpi, prima di accasciarsi al suolo e ricevere il proprio proiettile. Oleksyj Klimenko, il minuto difensore che aveva umiliato il Flakelf sul finire della partita, crollò immediatamente a terra e fu finito da una pallottola dietro l’orecchio. Mykola Trusevič, il carismatico portiere, sentì i passi delle SS fermarsi alle sue spalle. Si preparò a ricevere il colpo, ma finì ugualmente per terra. Si rialzò, con tutta l’agilità che l’aveva reso il miglior portiere dell’Unione Sovietica e, mentre la guardia apriva il fuoco, urlò: “Krasny sport ne umriot!“, lo sport rosso non morirà mai. Morì nella sua divisa da gioco nera e rossa, l’unico indumento caldo che possedeva.

Damiano Benzoni

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Pubblicato il 18 aprile 2013, in Calcio, Panoptikon, Ricerca con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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