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Gibilterra, la Rocca dello sport

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Il lungo cammino di Gibilterra

Dopo la votazione avvenuta il 24 maggio a Londra, in occasione del XXXVII congresso della UEFA, Gibilterra è stata ammessa con formula piena alla confederazione calcistica europea. La votazione è avvenuta a larghissima maggioranza, con l’astensione di soli cinque delegati, tra cui quello spagnolo. Gibilterra aveva ottenuto lo scorso ottobre lo status di membro provvisiorio e l’ammissione ad alcune competizioni internazionali giovanili, in seguito a una sentenza del Tribunale Arbitrale dello Sport nell’agosto 2011. Come avviene per Russia-Georgia e Armenia-Azerbaigian, almeno per le qualificazioni di Euro 2016 la UEFA eviterà di accoppiare Spagna e Gibilterra nello stesso girone così da evitare ulteriori tensioni tra le due federazioni. Come membro UEFA Gibilterra potrà inoltre fare richiesta d’ammissione alla FIFA e partecipare alle qualificazioni della Coppa del Mondo del 2018.

Gibilterra, un lembo di terra di meno di sette chilometri quadrati posto all’ingresso del Mediterraneo di fronte alla costa marocchina, fu conquistata dalla marina reale inglese nel 1704 durante la guerra di successione spagnola e conserva tuttora lo status di colonia inglese. Nonostante gli spagnoli rivendichino la sovranità su Gibilterra, i cittadini del piccolo territorio hanno deciso in due referendum (1967 e 2002) di rimanere colonia inglese e hanno stabilito il proprio autogoverno nella Costituzione del 2006, demandando al Regno Unito questioni di difesa e affari esteri. Da parte loro, i britannici hanno ragioni di tradizione e strategia geopolitica che li dissuadono dal togliere il piede messo su uno dei più importanti choke points, gli stretti e passaggi obbligati che vincolano il traffico navale, agevolandone il controllo.

La Gibraltar Football Union venne fondata nel 1895 e venne affiliata alla Football Association, il corpo che governa il calcio inglese. Con un solo campo a disposizione – il Victoria Park, a ridosso dell’aeroporto di Gibilterra e a pochi passi dal confine spagnolo – la Gibraltar FA organizza un campionato maschile strutturato su tre divisioni, una lega femminile e un torneo a eliminazione diretta, la Coppa della Rocca. Tutto questo senza contare la folta attività giovanile e la squadra nazionale, che il 25 ottobre 1949 toccò il cielo con un dito fermando sul 2-2 il Real Madrid allenato da Michael Keeping e con in campo leggende come il due volte Pichichi Pahiño, Luis Molowny e Miguel Muñoz (primo marcatore del Real alla Coppa dei Campioni e capitano nei trionfi del 1956 e del 1957). Le due reti dell’incontro furono entrambe segnate da un altrimenti sconosciuto attaccante di nome Belso. La vittoria del 1949 fu una delle ultime partite che la selezione poté disputare contro una squadra spagnola: a metà anni ’50 il governo impose alle squadre di chiedere un permesso governativo per disputare partite a Gibilterra e istruì le guardie di frontiera perché in assenza di tale permesso bloccassero i giocatori al confine. Nessun permesso fu mai concesso.

La richiesta di diventare membro FIFA venne formalizzata l’8 gennaio 1997. Nel 1999 la FIFA espresse un parere positivo, dichiarando la conformità della GFA ai requisiti statutari e rinviando all’UEFA l’applicazione di Gibilterra. L’anno seguente la confederazione europea e la FIFA condussero un’ispezione congiunta sugli impianti dedicati al calcio di Gibilterra e proposero l’ammissione della GFA all’UEFA ponendo come uniche condizioni l’impossibilità di accedere immediatamente a competizioni internazionali a livello seniores e under-21, la conformità delle infrastrutture ai requisiti delle competizioni UEFA di interesse e l’adattamento dello statuto della GFA agli standard UEFA. A far inciampare un processo che sembrava fino a quel punto lineare fu il pendente rinnovo dello statuto FIFA nel 2004, che spinse l’ente sovranazionale a congelare tutte le domande di ammissione fino all’approvazione del nuovo documento. Le nuove regole di ammissibilità rispecchiavano la volontà della FIFA di ammettere solo federazioni facenti capo a Stati riconosciuti all’interno dell’ONU (nonostante in passato siano state fatte delle deroghe a tale requisito, come nel caso delle isole Fær Øer o le stesse Home Unions alle quali, però, lo statuto stesso concede di poter partecipare separatamente), e nel 2007 Gibilterra incassò un nuovo rifiuto.

A pesare fu anche l’opposizione della Spagna che più volte ha minacciato di ritirare le proprie squadre dalle competizioni UEFA in caso di ammissione della colonia, costringendo la GFA a rivolgersi al Tribunale Arbitrale dello Sport nel 2007 e perfino a prendere in considerazione l’idea di chiedere l’ammissione alla confederazione africana invece che a quella europea. Pur di giocare e dare respiro al proprio calcio Gibilterra cominciò a partecipare a competizioni con altre nazionali non riconosciute, dai canonici Island Games (vinti nel 2007) fino alla Wild Cup, la Coppa del Mondo per paesi non-FIFA organizzata dalla FIFI (Federation of International Football Independents), in cui Gibilterra fu eliminata in semifinale da Cipro Nord, che si aggiudicò poi ai rigori la finale contro Zanzibar.

Tra i piani della GFA, dopo la conferma dell’ammissione, c’è la costruzione di un nuovo stadio a Europa Point: il Victoria Stadium sorge infatti in un territorio oggetto di ulteriori dispute tra la Spagna e il Regno Unito. Lo stadio è costruito a ridosso dell’aeroporto nella Verja de Gibraltar, l’istmo che separa il territorio della Rocca dalla Spagna, che per il governo britannico appartiene alla sovranità di Gibilterra essendone stato possedimento per un periodo prolungato.

Damiano Benzoni
(Dinamo Babel, pagina facebook e twitter)

Inglesi, spagnoli e… genovesi

Pur essendo famosa per le rivendicazioni britanniche e spagnole, Gibilterra ha un forte legame con l’Italia: l’attuale Primo Ministro Peter Caruana ha origini italiane, così come molti dei suoi predecessori. All’inizio del Settecento, quando la Spagna cedeva la Rocca ai britannici, la maggioranza della popolazione locale era genovese e fino alla metà dell’Ottocento l’italiano fu de facto lingua ufficiale insieme a castigliano e inglese. La neutralità politica e l’operosità dei pescatori di Pegli e dei loro figli era talmente apprezzata da spingere il governatore britannico a istituire la Guardia Genovese, un corpo armato responsabile del controllo e della difesa del territorio. Con l’inevitabile aumento dei coloni inglesi e dei matrimoni misti la popolazione di origine genovese è diminuita notevolmente e non rappresenta più la maggioranza degli abitanti, tuttavia ancora oggi i discendenti di quei primi pescatori continuano a sottolineare le loro origini dando ai figli nomi e soprannomi liguri. Quanto alla lingua, benché il genovese sia sparito da Gibilterra – fatta eccezione per il villaggio de La Caleta, dove si insediarono i primi pescatori, che ancora negli anni ’70 ospitava alcuni anziani di lingua genovese – ha influenzato il dialetto locale, il Llanito, che secondo alcuni studiosi prenderebbe addirittura il nome dal diminutivo di Gianni “Iannito”.

La Rocca dello sport

Nonostante la superficie ridotta, Gibilterra è una vera e propria roccaforte dello sport. L’attività sportiva è tenuta in grande considerazione e si concentra principalmente nel Victoria Stadium e nel Tercentenary Sports Centre, strutture attrezzate per ospitare atleti di diverse discipline. Gibilterra come vedremo ha una profonda tradizione calcistica, sebbene frustrata dall’ostracismo spagnolo, ma non solo: già nel 1800 sorgeva a nord del promontorio della Rocca un campo da cricket. Nel 1890 ospitò la prima nazionale in tournée, in circostanze decisamente particolari: la nave Liguria stava trasportando la selezione australiana in Inghilterra e si scontrò con altre due navi mentre attraversava il porto di Gibilterra; durante le riparazioni gli australiani giocarono una partita contro il Gibraltar Garrison. Purtroppo lo sviluppo dello sport ha sempre risentito della posizione strategica di Gibilterra, chiamata periodicamente alla mobilitazione militare, e delle dispute tra Spagna e Regno Unito che hanno portato i confini a essere continuamente aperti e chiusi a seconda del grado di tensione tra i due litiganti. Non fu quindi possibile dar seguito all’esplosione del cricket negli anni ’30, ma buoni risultati sono comunque arrivati nel tempo. Gibilterra è stata una presenza pressoché fissa nell’ICC Trophy, una competizione che raccoglieva le migliori realtà del cricket “minore” e funge da ultimo stage delle qualificazioni al Mondiale. Proprio in questa manifestazione nel 1986 ottenne la prima storica vittoria internazionale e altre tre seguirono nell’edizione successiva.

Una delle maggiori soddisfazioni sportive di Gibilterra è arrivata però dall’hockey su prato dove nel 1978 la nazionale staccò il biglietto per gli Europei di Hannover. Inserita nel girone di ferro con Germania Ovest, Inghilterra, Polonia, Francia e Scozia si classificò ultima, strappando però uno storico pareggio ai polacchi; negli spareggi per definire le posizioni nella classifica finale perse di misura contro Unione Sovietica e Scozia.

Gibraltar Football Club, 1895.

Gibraltar Football Club, 1895.

Come scritto da Benzoni, il primo ottobre del 2012 la Gibilterra calcistica è stata ammessa come membro provvisorio della UEFA e ha potuto così partecipare ad alcune competizioni ufficiali. Dal 23 al 26 gennaio 2013 ha giocato tre partite valide per le qualificazioni ai campionati europei di calcio a 5 del 2014: inserita nel Gruppo A del turno preliminare ha perso contro Montenegro (10-2) e Francia (6-2) per poi battere San Marino 7-5; ha chiuso il girone penultima ed eliminata. Nell’autunno del 2013 prenderà parte alle qualificazioni agli Europei U-17 del 2014 dove affronterà Irlanda, Inghilterra e Armenia. Dal 17 al 22 l’under-19 volerà in Repubblica Ceca per giocarsi la qualificazione agli Europei di categoria contro i padroni di casa, la Croazia e Cipro.

L’esordio mancato della nazionale spagnola

Il debutto ufficiale della nazionale spagnola di calcio avvenne il 28 agosto del 1920 durante i Giochi Olimpici in Belgio, ma il ricercatore Fernando Arrechea del Centro de Investigaciones de Historia y Estadística del Fútbol Español (CIHEFE) ha recentemente portato alla luce una storia davvero incredibile, specialmente se vista con gli occhi di oggi. Il catalano Carlos Padrós fu un politico e dirigente sportivo che fin dai primi anni del Novecento cercò di mettere le mani sul mondo sportivo spagnolo e nel calcio in particolare profuse grandi sforzi per dare vita alla prima selezione nazionale. Nel 1905 viene fondato il Comité Español de los Juegos Olímpicos (oggi Comité Olímpico Español) su impulso del Comitato Olimpico Greco per permettere alla Spagna di partecipare agli imminenti Giochi Olimpici Intermedi di Atene: il presidente del Madrid FC (oggi Real Madrid) Padrós è responsabile per il calcio. Alla fine la Spagna non parteciperà ai Giochi e l’organizzazione di una nazionale calcistica, uno degli obiettivi prioritari dell’intera spedizione, sarà dunque rimandata.

Estratto della lettera di Padrós pubblicata da El Mundo Deportivo. (CIHEFE)

Estratto della lettera di Padrós pubblicata da El Mundo Deportivo. (CIHEFE)

Padrós, però, torna immediatamente alla carica e il 21 gennaio del 1907 manda una lettera a Narciso Masferrer di El Mundo Deportivo, pubblicata il giorno 31, nella quale spiega i suoi piani per i Giochi Olimpici del 1908 a Londra: sottolineando la necessità di un “hombre de suficiente energía y fuerza de voluntad” che possa riunire lo scenario sportivo spagnolo (e candidandosi dunque a tale ruolo) palesa l’intenzione di creare una nazionale di calcio spagnola. A tale scopo ha “invitato, pagandole il viaggio, la squadra della federazione di Gibilterra, che dicono essere fortissima. Se tutto va come desidero, la vedremo a Madrid”. È bene ricordare che la Gibraltar Civilian Football Association venne fondata nel 1895, quasi vent’anni prima della Real Federación Española de Fútbol, per regolamentare e dare un’organizzazione al sempre crescente numero di squadre; già nel 1901 esisteva una nazionale di Gibilterra che si confrontava con le squadre dei militari britannici e all’epoca dell’iniziativa di Padrós era sicuramente una squadra temibile, forte dell’esperienza maturata contro i soldati di Re Edoardo VII. Purtroppo le cose non andranno come desiderava Padrós e la partita non sarà mai giocata. La nazionale spagnola esordirà quindi nel 1920, ma avrebbe potuto esordire nel 1907 proprio contro Gibilterra.

Tre Llanitos da ricordare

  • Negli anni ’60 la nazionale inglese poteva contare su portieri del calibro di Banks, Bonetti, Springett e Hodgkinson, ma quello che secondo molti era il più forte di tutti non potè mai vestire la celeberrima maglia gialla della selezione nazionale. Tony Macedo viveva in Inghilterra fin da piccolo, aveva completato il servizio militare nella RAF durante i primi anni col Fulham e difendeva i pali della nazionale under-23, ma era nato a Gibilterra da padre spagnolo e solo nel 1981 ai nativi della Rocca sarà garantita la piena cittadinanza britannica. Dovrà quindi accontentarsi di successi ed elogi con il Fulham più forte di sempre prima di emigrare in Sudafrica, costretto dagli infortuni, a terminare la carriera.

 

  • Al terzo turno della FA Cup del 1991 il West Bromwich Albion, squadra della Second Division inglese, pescò i semi-professionisti del Woking. A fine primo tempo i “Baggies” controllano facilmente un comodo vantaggio di misura e la partita sembra segnata, ma non hanno fatto i conti con l’informatico Tim Buzaglo: il 29enne attaccante di Gibilterra segna una tripletta nel secondo tempo, porta il risultato sul 4-2 finale e il Woking passa incredibilmente il turno. La sconfitta sarà fatale al West Bromwich Albion che licenzierà l’allenatore Brian Talbot e retrocederà a fine stagione, mentre il Woking dovrà confrontarsi con l’Everton (First Division) al quarto turno e perderà per 1-0 dando battaglia. Buzaglo entra nella storia della FA Cup e nel 2006, in occasione del 125esimo anniversario della FA Cup, viene inserito nel Team of Heroes della competizione dalla stessa Football Association. Non male per un atleta che aveva raggiunto i migliori risultati sportivi giocando a cricket con la nazionale di Gibilterra: nel 1986 venne convocato per l’ICC Trophy, ma non era in campo a fianco del padre e del fratello nella prima storica vittoria internazionale contro Israele; segnò invece sedici runs nella vittoria ai primi Europei del 1996 contro l’Italia.
  • Jeremy Campbell-Lamerton è stato un seconda linea di valore: nazionale scozzese di rugby a 15 e convocato per i primi Mondiali del 1987, Jeremy è figlio di un’altra seconda linea, il colonnello Michael Campbell-Lamerton, capitano della nazionale scozzese e due volte selezionato dai British and Irish Lions, militare nato a Malta (dove stazionava il padre Robert) di servizio in Corea, Cipro e Gibilterra. Proprio nella Rocca nascerà Jeremy, destinato a raccogliere l’eredità rugbistica paterna.

L’Editore

La resistenza calpestata di Kiev

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Questo resoconto, frutto di minuziosa ricerca e raccolta di documenti, è uno dei primi lavori in italiano a portare alla luce la vera storia di questa partita. È stato scritto da Damiano Benzoni (@DamjanBNZ) e pubblicato su SportVintage prima e Dinamo Babel (@DinamoBabel) poi. È qui riportata fedelmente la versione pubblicata su Dinamo Babel senza modifica alcuna.

Qui potete trovare l’intervento dell’autore alla trasmissione A Bordo Campo (Radio24) sulla vicenda oggetto dell’articolo.

ImmagineLa cicatrice sulla guancia sinistra non lasciava dubbi: quell’uomo nel caffè in Mykhailivs’ka Vulycja era Mykola Trusevič, il portiere della Dinamo. Era irriconoscibile, persino per un tifoso sfegatato come Iosif Kordik. Magro ed emaciato, zoppicante, vestito di stracci, sporco e non rasato, l’unico indizio che rendeva riconoscibile il portiere era proprio quella cicatrice, procurata in uno scontro di allenamento contro il cognato e compagno di squadra Josyf Livshitz. Nel vedere in quello stato il grande Trusevič, l’ispiratore della storica vittoria 6-1 della Dinamo Kiev sul Red Star Olympic di Parigi, Kordik decise di invitarlo al suo tavolo e offrirgli un pranzo. Uscito dal campo di prigionia della Darnica e diviso da moglie e figlia, rifugiatesi ad Odessa, Trusevič viveva di stenti sotto la sempre presente minaccia di essere arrestato, deportato come schiavo in Germania o giustiziato.

L’Ucraina era stata occupata dai nazisti il 22 giugno 1941, all’inizio dell’Operazione Barbarossa, il giorno in cui la Dinamo Kiev doveva inaugurare il nuovo Stadio della Repubblica Stalins’kyj Respublikans’kyj Stadion, l’odierno Stadio Olimpico della capitale ucraina. Kiev fu bombardata fin dal primo giorno dell’invasione e nel mese di settembre fu raggiunta dalle truppe della Wehrmacht: l’Armata Rossa, con poca esperienza (i migliori ufficiali erano stati purgati da Stalin) e scarso equipaggiamento, era stata falciata attacco dopo attacco dai tedeschi, senza riuscire a opporre resistenza. Ben più efficace fu la resistenza partigiana per le strade di Kiev, cui parteciparono distinguendosi alcuni dei giocatori della Dinamo. I calciatori erano stati trattenuti nella capitale, mentre le loro famiglie si rifugiavano a Odessa, nelle retrovie: alla richiesta di unirsi ai propri cari nella fuga il presidente dell’NKVD locale, Lev Varnavskyj, aveva accusato i giocatori di codardia. Varnavskyj morì suicida il giorno stesso in cui le truppe di Hitler fecero il proprio ingresso a Kiev. Tra i giocatori che si distinsero nei combattimenti in difesa della città vi furono le mezzali Mykola Mahynja, fervente stalinista, e Konstantin Ščegods’kij, oltre a Trusevič. Kiev si arrese il 19 settembre 1941. I tedeschi fecero oltre seicentomila prigionieri di guerra, tra cui Mahynja e un malmesso Trusevič. Ščegods’kij, che era riuscito a lasciare la capitale per continuare a combattere nelle retrovie, si era separato dal portiere il giorno prima, dopo averlo incontrato fortuitamente allo stadio: anch’egli l’aveva riconosciuto unicamente grazie alla cicatrice sulla guancia. Mentre i nazisti fucilavano quasi 34 mila ebrei in due soli giorni presso le rovine di Babyn Jar, Trusevič e gli altri giocatori presi come prigionieri di guerra lottavano per la sopravvivenza nel campo di detenzione della Darnica. Per poter tornare a Kiev, furono costretti a firmare una dichiarazione di lealtà al regime nazista. Nel 1942 Kiev contava quattrocentomila abitanti. Tre anni dopo ne sarebbero rimasti vivi solamente ottantamila.

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Iosif Ivanovič Kordik era un ceco della Moravia, nato nell’Impero Austro-Ungarico, e aveva combattuto la Prima Guerra Mondiale per gli Asburgo. Ferito in combattimento, era stato costretto dagli eventi a rifugiarsi a Kiev, dove rimase per il resto della sua vita. Sfruttando la sua conoscenza perfetta del tedesco, modificò il proprio patronimico da Ivanovič a Jorganovič, mentì riguardo il proprio luogo di nascita e, dichiaratosi austriaco, ottenne di farsi riconoscere come Volksdeutsche, una delle quattro classi in cui i tedeschi stratificarono la società dell’Ucraina dopo l’occupazione. Il vertice della piramide era rappresentato dai Reichsdeutsche, i tedeschi del Reich, soldati e amministratori con poteri pressochè infiniti, che conducevano uno stile di vita di gran lunga superiore a quello del resto degli abitanti della città. I Volksdeutsche erano cittadini di provenienza tedesca che già si trovavano a Kiev, a cui fu concesso il privilegio di poter gestire attività: Kordik si trovò a dirigere l’importante panificio cittadino per cui lavorava. I cittadini ucraini, nonostante avessero generalmente rigettato il bolscevismo che aveva oppresso l’Ucraina sotto il pugno di ferro di Stalin, erano considerati schiavi da far lavorare fino allo stremo in condizioni inumane. Ancora peggiore era la situazione di coloro che erano considerati nemici del Reich: membri del Partito Comunista, ufficiali di polizia o individui che avessero prestato servizio nei combattimenti a difesa della città. Tra i nemici del Reich, tenuti sotto costante sorveglianza, vi erano i giocatori della Dinamo, la squadra che, nella rigida struttura sportiva sovietica, faceva capo all’NKVD, la polizia segreta. Anche se si trattava solo di un modo di poter essere tesserato e poter giocare per una squadra prestigiosa (la Dinamo Kiev dall’inizio del Campionato Sovietico nel 1936 aveva ottenuto un secondo e un terzo posto), ogni giocatore era un dipendente del Ministero degli Interni.

Kordik era un appassionato di sport: avrebbe fatto qualsiasi cosa per aiutare il suo campione, Trusevič, e per averlo al suo fianco. Approfittando dei privilegi dovuti al suo stato di Volksdeutsche, si offrì di assumere Trusevič nel suo panificio. Il portiere aveva lavorato per vent’anni come ingegnere panificatore, ma dovette accettare un posto come inserviente, con la mansione di spazzare il cortile della fabbrica: le leggi naziste gli impedivano, essendo un nemico del Reich, di tornare a esercitare la sua vecchia professione. Kordik non era spinto unicamente dall’altruismo: appassionato di sport, voleva circondarsi di figure che avessero avuto un certo prestigio sportivo e fornire ai propri dipendenti, attraverso lo sport, una valvola di sfogo perchè producessero di più e lavorassero meglio. Fu così che Kordik chiese a Trusevič di andare in cerca dei suoi vecchi compagni, per formare una squadra di calcio del panificio: i giocatori assunti avrebbero così ottenuto un posto per dormire, qualcosa da mangiare e una piccola protezione dalle angherie del Reich. Il portiere, personaggio carismatico dello sport ucraino, riuscì ad allestire la squadra nella primavera del 1942, partendo dall’ala Makar Hončarenko. All’arrivo dei nazisti, Hončarenko si era adoperato per conservare la propria divisa e i propri scarpini: nazismo o comunismo, la sola cosa che gli importava era la possibilità di giocare a calcio. Hončarenko accettò entusiasticamente la proposta di Trusevič: si mise in contatto con il difensore Mychajlo Svyrydovs’kyj e col centravanti Ivan Kuz’menko e iniziò ad aiutare il suo vecchio compagno di squadra nel reclutamento. Ai vecchi giocatori della Dinamo si unirono anche Vasyl’ Sucharjev, Volodymyr Balakin e Mychajlo Mel’nyk, del Lokomotyv Kiev, la seconda squadra della capitale ucraina.

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Nel frattempo Kiev cercava di resistere come possibile all’occupazione tedesca: organizzazioni clandestine cercavano di mantenere alta la speranza degli abitanti della città e, in alcuni casi, ne organizzavano la fuga verso i territori ancora sotto il controllo dei sovietici. I tedeschi non erano riusciti a piegare lo spirito degli ucraini e, per sottomettere Kiev, dovettero affidarsi alla propaganda. E al calcio: quale migliore mezzo di propaganda poteva plasmare il cuore e le menti degli ucraini e renderli più arrendevoli al regime nazista? Fu così che i tedeschi organizzarono allo Stadio della Repubblica una partita tra la squadra di un’unità dell’esercito tedesco e una squadra ucraina chiamata Ruch. La Ruch era stata fondata da Heorhyj Ščvecov, ex calciatore del Lokomotyv divenuto fervente collaborazionista del regime nazista. La sua speranza, simile a quella di Kordik, era di attrarre nella sua squadra la crema del calcio ucraino, ma il livello dei giocatori della Ruch era molto inferiore a quello che Ščvecov si illudeva di attirare. L’aperto collaborazionismo della squadra nei confronti dei nazisti non aiutava certo a rendere l’iniziativa più popolare. In compenso l’ex-Lokomotyv, divenuto allenatore-giocatore della Ruch e giornalista sportivo per il giornale collaborazionista Nove Ukraïns’ke Slovo, riuscì a convincere le autorità tedesche a riorganizzare il campionato ucraino di calcio. La nuova stagione calcistica di Kiev avrebbe avuto il suo calcio d’inizio il 7 giugno 1942.

Start-monumento

Data la classe della squadra che Kordik era riuscito ad allestire, era inevitabile che il team del panificio venisse iscritto al nuovo campionato. La squadra venne battezzata FC Start. Fu nominato capitano Mykola Trusevič, il carismatico portiere, noto per la sua agilità e per il suo stile di parata spettacolare. Trusevič era visto dai compagni non solo come un esempio di impegno e dedizione, ma anche come un motivatore, un’ispirazione. Ad affiancarlo nelle decisioni era Mychajlo Putystin, veterano della squadra che vinse l’argento nel campionato sovietico del 1936. Mychajlo Svyrydovs’kyj, colonna della Dinamo di dieci anni prima, divenne l’allenatore de facto della Start: ormai ritiratosi, tornò a indossare gli scarpini, posizionandosi in difesa insieme a Fedir Tjutčev (anche lui tornato dal ritiro) e dal veloce Oleksyj Klimenko, terzino minuto, ma arcigno. Se a centrocampo si attestò Mykola Korotkich, personaggio calcistico di second’ordine, l’attacco della Start era invece una parata di stelle: ad affiancare Mykola Mahynja c’erano Pavel Komarov, capocannoniere della Dinamo fino al 1939, e Ivan Kuz’menko. Komarov e Kuz’menko erano due giocatori complementari: se Komarov affiancava ad un innato istinto per il gol una scarsa propensione alla fisicità, Kuz’menko vantava una buona presenza fisica e un tiro potente e preciso. Hončarenko, infine, era l’artista della squadra: basso e compatto, ma allo stesso tempo veloce e talentuoso, possedeva visione di gioco e classe, oltre all’abilità di servire i compagni in maniera precisa e di sfruttare ogni spiraglio di porta che offrisse la possibilità di segnare.

Ai giocatori della Start, in particolare allo stalinista Mahynja, non sfuggì la natura propagandistica del campionato: partecipare la competizione poteva essere letto come un segnale di collaborazionismo con i nazisti. Molti giocatori erano però convinti che giocare potesse contribuire a tenere alto il morale dei cittadini della Kiev occupata. La storia, narrata da Hončarenko, vuole che Putystin e Trusevič avessero trovato in un magazzino una divisa con cui disputare il campionato. Rossa. “Non abbiamo armi – disse Trusevič – ma possiamo combattere per la vittoria in campo. Indosseremo questo colore, il colore della nostra bandiera: i fascisti devono imparare che questo colore non si piegherà”. Trusevič trovò per se stesso una maglia nera con finiture rosse, da utilizzare come divisa da portiere. Nonostante i massacranti turni di lavoro del panificio, la scarsa alimentazione e la precaria condizione fisica, il 7 giugno la Start iniziò il proprio campionato giocando allo Stadio della Repubblica contro la Ruch, battendola 7-2 e mandando su tutte le furie Ščvecov. La rappresaglia del collaborazionista fu immediata: Ščvecov ottenne dal maggiore-generale Eberhardt di impedire ai giocatori della Start l’accesso allo Stadio della Repubblica. Kordik giunse in soccorso della sua squadra, riuscendo a strappare alle autorità il permesso di utilizzare un impianto più piccolo, lo stadio Zenit. Lo Zenit fu inaugurato con una vittoria 6-2 sulla squadra del battaglione ungherese, seguita pochi giorni dopo da un perentorio 11-0 ai danni del battaglione rumeno. Proprio i soldati ungheresi e rumeni, alleati loro malgrado dei tedeschi e costretti al fronte, divennero i più grandi sostenitori della Start. Culturalmente affini agli ucraini, non vedevano con simpatia i nazisti: arrivarono a regalare di nascosto cibo ai giocatori della Start e a supportarli col proprio tifo alle partite successive. Le vittorie della Start iniziarono a significare molto per la popolazione di Kiev: per molti furono un’ispirazione a resistere, uno sprone a tenere alto il morale, un appiglio per non lasciarsi schiacciare dai nazisti.

Il 17 luglio la squadra incontrò per la prima volta una squadra tedesca, la PGS, affondandola sotto il peso di sei reti 6-0, mentre un’altra squadra ungherese, l’MGS Wal, perse 5-1 due giorni più tardi. La rivincita dell’incontro con l’MGS Wal, organizzata dai nazisti per piegare fisicamente i giocatori e costringerli alla sconfitta, ebbe solo il risultato di alimentare l’alone di leggenda della Start, che resistette epicamente alla rimonta ungherese, strappando una vittoria 3-2 al fischio finale. La Start stava diventando un simbolo della resistenza di Kiev, e le autorità tedesche non potevano più far finta di niente. Arrestare e giustiziare i giocatori avrebbe avuto l’effetto indesiderato di creare dei martiri. I comandi militari decisero di mandare a giocare a Kiev il Flakelf, la più forte squadra militare tedesca di stanza in Ucraina, considerata invincibile. Il risultato del 6 agosto fu un’altra volta una larga vittoria della Start: il Flakelf fu sconfitto 5-1, proprio nei giorni in cui Stalin proclamava che l’Unione Sovietica non avrebbe fatto un solo passo indietro. L’ultima occasione per piegare la Kiev calcistica sarebbe stata il 9 agosto: rinforzando la squadra con alcuni tra i migliori calciatori dell’esercito tedesco impiegati sul fronte ucraino, i nazisti organizzarono la rivincita.

Start-1942

Qui comincia la leggenda della Start, tramandata dal racconto fatto da Hončarenko a una radio nel 1992. Poco di quanto avvenne è sicuro e documentabile, e molti sono i dubbi, oltre che le diverse versioni dei fatti, discordanti perfino sui risultati delle due partite tra Start e Flakelf: la versione più credibile e meglio documentata è quella riportata da Andy Dougan nel suo Dynamo: Defending the Honour of Kiev. I giocatori vennero considerati da parte dell’opinione sovietica dei disertori che, invece di combattere al fronte in difesa di Stalingrado e Mosca, si erano imboscati ed erano stati conniventi con l’invasore, al punto di intrattenersi in partite di calcio con lui. D’altronde, l’orgogliosamente nazionalista Ucraina aveva sempre mostrato insofferenza per i russi e per il giogo sovietico. I giocatori che sopravvissero alla guerra non furono perseguitati dal regime stalinista, che forse preferì evitare di toccare dei popolari eroi sportivi e decise piuttosto di sfruttare la vicenda a fini di propaganda, colorando, esagerando e distorcendo a proprio piacimento la storia di Trusevič e compagni. I giocatori sono ricordati da tre monumenti a Kiev, uno dei quali si trova allo Stadio Lobanovs’kyj, casa della Dinamo. Scolpito da Ivan Horovyj nel 1971, il monumento porta sul suo piedistallo una poesia di Stefan Olyjnyk:

Per il nostro presente
sono morti nella lotta
la vostra gloria non si spegnerà,
eroi, atleti senza paura.

Il 9 agosto un arbitro tedesco fece il suo ingresso nello spogliatoio della Start, prima della partita, intimando ai giocatori di scendere in campo e salutare alla maniera dei tedeschi. Dopo il sieg-heil dei tedeschi, però, i giocatori della Start abbassarono la testa per un attimo e, invece di urlare “Heil Hitler!“, fecero il saluto che era di costume nello sport sovietico: “Fitzcult Hurà!“, un motto che inneggia allo sport come miglioramento di se stessi, dal punto di vista fisico e interiore. Fu il Flakelf a portarsi in vantaggio per primo, approfittando dello stordimento del portiere Trusevič, colpito da un calcio in testa. Il pareggio venne dal potente piede di Kuz’menko, che eluse la ben organizzata difesa tedesca con un tiro da trenta metri di distanza. Due reti di Hončarenko, un dribbling inebriante e una mezza rovesciata, chiusero il primo tempo sul punteggio di 3-1. Durante l’intervallo la squadra ricevette due visite. Il primo visitatore fu Ščvecov, fino al giorno prima acerrimo nemico della Start, che chiese ai giocatori di pensare alla propria incolumità e di non far adirare le autorità tedesche. Dopo Ščvecov fece il suo ingresso un ufficiale delle SS. “Siamo veramente impressionati dalla vostra abilità calcistica e abbiamo ammirato il vostro gioco del primo tempo – disse l’ufficiale, in un russo impeccabile – Ora però dovete capire che non potete sperare di vincere. Prima di tornare in campo, prendetevi un minuto per pensare alle conseguenze”. Nel secondo tempo il clima della partita era cambiato: entrambe le squadre giocarono in maniera trattenuta. Due reti per parte fissarono il risultato sul 5-3. Il difensore Oleksyj Klimenko umiliò i tedeschi poco prima del fischio finale, dribblando la difesa del Flakelf e il loro portiere, fermando il pallone a un passo dalla porta e ricalciandolo in campo invece di segnare un 6-3 ormai scontato.

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L’invincibile Start giocò solo un’altra partita, umiliando nuovamente la Ruch di Ščvecov 8-0. Alcune settimane più tardi iniziarono gli arresti. Il primo ad essere portato via fu il mediano Mykola Korotkich. Riserva della Dinamo negli anni ’30, si era ritagliato un posto da titolare nel centrocampo della Start. A differenza dei suoi compagni di squadra, che erano membri dell’NKVD solo nominalmente, Korotkich era un ufficiale in servizio della polizia segreta. Fu arrestato il 6 settembre, e morì dopo venti giorni di tortura nel quartier generale della Gestapo in Korolenka Vulycja. Anche gli altri giocatori subirono le torture della Gestapo, prima di essere deportati nel campo di concentramento di Syrec, poco fuori Kiev, amministrato dal feroce Paul von Radomsky, Obersturmbahnführer delle SS. Hončarenko e Svyrydovs’kyj riuscirono a fuggire insieme: il primo fu l’unico dei giocatori a raccontare la propria versione della storia della Partita della Morte, come fu battezzata più tardi. Fuggì dal campo anche Komarov, accusato da Hončarenko di essersi venduto alle SS pur di avere un occasione di scappare.

Tre giocatori persero la loro vita a Syrec: Kuz’menko, Klimenko e Trusevič, tutti e tre nella stessa occasione. La loro morte viene raccontata da un sedicente testimone oculare, ma il racconto stesso conserva i tratti della leggenda e ci presenta tre morti quasi stereotipiche, che enfatizzano i tratti salienti del carattere dei tre giocatori. La mattina del 24 febbraio 1943 Radomsky ordinò di uccidere una rappresaglia per un tentato attacco incendiario al campo. I prigionieri vennero disposti in fila: una persona ogni tre veniva colpita alla testa col calcio del fucile e freddata con una pallottola alla nuca. Ivan Kuz’menko, il gigante dell’attacco della Dinamo e della Start, fu colpito in mezzo alle scapole dal calcio del fucile, vacillò e, benchè stremato dalla fame e dalla fatica, rimase in piedi. Resistette a diversi colpi, prima di accasciarsi al suolo e ricevere il proprio proiettile. Oleksyj Klimenko, il minuto difensore che aveva umiliato il Flakelf sul finire della partita, crollò immediatamente a terra e fu finito da una pallottola dietro l’orecchio. Mykola Trusevič, il carismatico portiere, sentì i passi delle SS fermarsi alle sue spalle. Si preparò a ricevere il colpo, ma finì ugualmente per terra. Si rialzò, con tutta l’agilità che l’aveva reso il miglior portiere dell’Unione Sovietica e, mentre la guardia apriva il fuoco, urlò: “Krasny sport ne umriot!“, lo sport rosso non morirà mai. Morì nella sua divisa da gioco nera e rossa, l’unico indumento caldo che possedeva.

Damiano Benzoni

Con Martin: Mister Versatilità

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Gli inizi tra due football

Cornelius Joseph Martin nacque il 20 marzo del 1923 a Rush, una piccola cittadina affacciata sul Mare d’Irlanda. Come tanti giovani irlandesi Martin cominciò a praticare gli sport della sua terra, in particolare il Gaelic football nel St Maurs di Rush e nel St Marys di Saggart arrivando a rappresentare la Contea di Dublino ad appena diciotto anni, nel 1941, e vincendo subito il torneo della provincia di Leinster. La sua carriera nel calcio gaelico terminò presto: si scoprì che tradiva il Gaelic praticando anche il soccer, “sport straniero” bandito dalla Gaelic Athletic Association e oltre a ricevere una squalifica a vita dovette restituire le medaglie conquistate sul campo. La squalifica venne poi annullata nel 1971, ben trent’anni dopo, e le medaglie restituite. Il calcio straniero l’aveva imparato mentre prestava servizio nella Aer Chór na hÉireann, l’aeronautica irlandese.

Venne ingaggiato dal Drumcondra, militante nella prima divisione del campionato irlandese, e immediatamente emerse la sua versatilità, caratteristica che gli fece guadagnare il soprannome di “Mr. Versatility”. Nel 1946 vinse la FAI Cup coprendo tutti i ruoli della difesa e passò al Glentoran. Fu in questo periodo che esordì nelle due nazionali irlandesi: portiere del FAI XI (Éire) e difensore dell’IFA XI (Irlanda del Nord).

ConMartin

Al Glentoran non rimase molto: nel 1946 il Manchester United cercava un portiere e il compagno di nazionale Johnny Carey raccomandò Martin a Matt Busby. Martin rifiutò l’offerta e nel dicembre del 1946 firmò per il Leeds, preferendo una posizione di movimento. Con i Whites giocò terzino sinistro, difensore centrale, mediano sinistro e mezzala. Nel settembre del 1948 cambiò ancora casacca, passando all’Aston Villa dove cominciò come difensore centrale con qualche concessione al ruolo di terzino destro. La stagione successiva venne spostato a terzino sinistro, ma a seguito dell’infortunio al portiere Joe Rutherford lo sostituì giocando in porta 26 partite di campionato e una di FA Cup; per tornare in seguito a coprire il suo ruolo di centrale difensivo.

Conclusa l’esperienza ai Villans durata otto stagioni tornò in patria, prima al Waterford e poi al Dundalk come giocatore-allenatore.

Le due nazionali irlandesi

L’esperienza internazionale di Martin cominciò nel 1946 quando in Irlanda c’erano due federazioni rivali, la IFA (Irlanda del Nord) e la FAI (Éire). Entrambe sostenevano di avere giurisdizione su tutta l’isola e operavano in tal senso, convocando calciatori indipendentemente dalla parte dell’isola nella quale erano nati.

Tra il 1946 e il 1956 Martin giocò trenta partite per il FAI XI segnando sei reti. Debuttò il 16 giugno del 1946 durante un tour nella penisola iberica: al trentesimo minuto del match contro il Portogallo, il portiere irlandese Ned Courtney si infortunò e Martin lo sostituì. A seguito della buona prova mantenne il posto tra i pali nella partita successiva contro la Spagna dove riuscì a rispondere a tutti gli attacchi della temibile linea offensiva spagnola e difese il vantaggio di 1-0. Seguiranno tante altre partite, in particolare tutte e quattro le gare del girone di qualificazione ai Mondiali del 1950 contro Svezia e Finlandia e la prima vittoria di una nazionale esterna al Regno Unito contro l’Inghilterra il 21 settembre 1949 al Goodison Park di Liverpool (2-0, marcature inaugurate da Martin su rigore).

Martin giocò anche sei partite per l’undici della IFA tra il 1946 e il 1950. L’ultima presenza arrivò l’8 marzo del 1950 in una partita contro il Galles valida per il Torneo Interbritannico del 1950 e per le qualificazioni al Mondiale dello stesso anno. Martin, Tom Aherne, Davy Walsh e Reg Ryan divennero gli unici quattro calciatori ad aver giocato le qualificazioni a una Coppa del Mondo per due nazionali diverse nella stessa edizione.

L'Irlanda che sconfisse l'Inghilterra nel 1949: Con Martin è il primo in piedi.

L’Irlanda che sconfisse l’Inghilterra nel 1949: Con Martin è il primo in piedi.

Eredità e versatilità

Il figlio Mick Martin, nazionale irlandese, ha giocato nella prima metà degli anni ’70 per il Manchester United, mentre la carriera dell’altro figlio Con Jr. è stata frenata dagli infortuni; la figlia Mary ha sposato Gerry Garvan, ex Drumcondra, e il loro figlio Owen Garvan gioca nel Crystal Palace ed è stato già convocato in nazionale da Trapattoni.

Capitano di entrambe le nazionali irlandesi, capace di giocare con eguale abilità tra i pali o nella linea d’attacco, calciatore e allenatore, giocatore di calcio, calcio gaelico, golf (capitano del Rush Golf Club e della Fingal Golf Society) e cricket (per il Rush Cricket Club), Martin è morto il 24 febbraio 2013 lasciando la moglie Vera, i figli Mick, Con Jr., Edward e Phillip, le figlie Mary, Elizabeth e Susan.

Ar Dheis De go dti anam,

L’Editore

Una questione di nomi

Vorrei esprimere la mia indignazione per la telecronaca di Manchester City-Napoli di ieri sera. Forse dovrei indignarmi per altro, ma quando si tratta di sport sono un rognoso, puntiglioso rompiballe. In realtà, poi, non si tratta nemmeno di sport, ma di correttezza e rispetto, d’essere in grado di assolvere almeno le basi del proprio lavoro. Cosa mi ha costretto a cambiare canale dopo un quarto d’ora dall’inizio della partita? Il telecronista, quel maledetto telecronista del quale non riporto il nome poichè non è un suo problema, bensì purtroppo un problema generale di come viene trattato lo sport in Italia; l’ennesimo mattoncino nel muro della cialtroneria, del pressapochismo, del non vedere al di là della vita privata del pseudo-fenomeno (mediatico) di turno. La pietra dello scandalo è la pronuncia del cognome del calciatore slovacco del Napoli Marek Hamšík: il telecronista deve aver notato all’ultimo momento, di sfuggita, quell’accento rivelatore, quell’accento che riscrive la storia della telecronaca italiana, quell’accento così evidente quanto bellamente ignorato. Finora. Hamšík… dunque “Hamsìk” dev’essere la pronuncia corretta! (L’accento lo sappiamo gestire tutti, l’háček decisamente no, per cui possiamo ignorarlo.) E via con novanta minuti di Hamsìk. Non fosse che in ceco ed in slovacco – così come nell’altra maggiore lingua slava occidentale, il polacco – l’accento grafico non corrisponde per forza all’accento tonico. Ovvero: se in italiano leggiamo “però” sappiamo che dobbiamo mettere forza (accentare) nell’ultima sillaba, mentre se leggiamo “pero” sappiamo di dover seguire le regole generali dell’italiano, dove la maggior parte delle parole sono piane (hanno l’accento tonico sulla penultima sillaba). In altre lingue non è così, basti pensare al nome ungherese Ádám: dove lo mettiamo l’accento tonico? In ceco ed in slovacco l’accento tonico cade sempre sulla prima sillaba (come nell’ungherese: dunque “Àdam”), salvo eccezioni che possiamo ignorare non essendo tenuti a sapere tutti i casi particolari di tutte le lingue del Mondo; ergo si legge “Hàmsciik” ovvero (molto) approssimativamente come lo leggono tutti i telecronisti/giornalisti cialtroni senza velleità linguistiche. Si potrebbe pensare che il telecronista semplicemente associ l’accento grafico all’accento tonico, in fondo in italiano è così: bene, allora perchè il nostro ha altresì pronunciato per tutta la partita il colombiano Zúñiga “Zunìga”? E perchè tornando timidamente di tanto in tanto sulla telecronaca della partita ho avuto la fortuna di sentire un “Tevèz” dal bordocampista (termine orripilante, ma tant’è)? Direte: è solo un accento, che differenza fa? È un mio scrupolo eccessivo? Bene, d’ora in poi pronuncerò i vostri nomi con accenti sbagliati, tanto è “solo un accento”, no?

P.S.: parlando sempre del Napoli, molti si chiedono se il cognome del calciatore svizzero Blerim Džemaili debba essere pronunciato “Jemàili” o “Jemaìli”. Džemaili è un “Македонски Албанци”, ovvero è nato in Macedonia da una famiglia di origine albanese (come… Madre Teresa): in macedone l’accento generalmente cade sulla terzultima sillaba (“Jemàili”), mentre in albanese sulla penultima (“Jemaìli”). Sono dunque entrambe valide.

Colgo l’occasione per riportare un breve articoletto sul tema, pubblicato per il terzo numero (febbraio 2011) di Pianeta Sport. Nel nome di Franco Bragagna.

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Messico-Haiti 4-0 per la Coppa del Mondo (1953)

Joe Gaetjens, attaccante haitiano che decise la sfida tra Stati Uniti ed Inghilterra ai Mondiali del 1950, gioca la sua ultima partita internazionale, la prima per la sua nazione di nascita e cittadinanza, valida per le qualificazioni ai Mondiali del 1954. Corriere dello Sport, 29 dicembre 1953.

Medaglioni di footballers

Il campione belga Louis Van Hege al Milan. Lo Sport Illustrato, 15 gennaio 1915.

Il foot-ball in colonia (2)

La squadra di foot-ball «Audax» di Bengasi, composta da militari del R. Parco Automobilistico, vincitrice della Coppa Bengasi, messa in pallio dall'U.S. Bengasina. Il gruppo riunisce: da sinistra in piedi, Davolio, Maregatti, Bosticca, Buratti e Miotti; in ginocchio Masselli e Maranesi; seduti Guerci, Boetti e Salbo. In borghese l'arbitro Pineschi. Lo Sport Illustrato, 30 marzo 1915.

Il foot-ball in colonia

La squadra dell'U.S. Bengasi. Il gruppo riunisce l'arbitro Pineschi R. (1), il rag. Giulio Bucherelli presidente dell'U.S.B. (2) e Guido Fontani direttore sportivo dell'U.S.B. e corrispondente del La Gazzetta dello Sport. - La squadra è composta: In piedi da sinistra, Robbino II, Bresciani, Saccone, Hassan, Martorella; in ginocchio, Bondin, Angelucci, Bellandi; seduti, Maganza, Vittadini, Robbino I. Lo Sport Illustrato, 30 marzo 1915.

Il match Hungaria-Juventus a Torino

Il famoso Orsi della "Juventus" alle prese con Feher dell' "Hungaria", lo squadrone dei nazionali ungheresi. Tutti gli Sports, 6-13 gennaio 1929.