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Gibilterra, la Rocca dello sport

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Il lungo cammino di Gibilterra

Dopo la votazione avvenuta il 24 maggio a Londra, in occasione del XXXVII congresso della UEFA, Gibilterra è stata ammessa con formula piena alla confederazione calcistica europea. La votazione è avvenuta a larghissima maggioranza, con l’astensione di soli cinque delegati, tra cui quello spagnolo. Gibilterra aveva ottenuto lo scorso ottobre lo status di membro provvisiorio e l’ammissione ad alcune competizioni internazionali giovanili, in seguito a una sentenza del Tribunale Arbitrale dello Sport nell’agosto 2011. Come avviene per Russia-Georgia e Armenia-Azerbaigian, almeno per le qualificazioni di Euro 2016 la UEFA eviterà di accoppiare Spagna e Gibilterra nello stesso girone così da evitare ulteriori tensioni tra le due federazioni. Come membro UEFA Gibilterra potrà inoltre fare richiesta d’ammissione alla FIFA e partecipare alle qualificazioni della Coppa del Mondo del 2018.

Gibilterra, un lembo di terra di meno di sette chilometri quadrati posto all’ingresso del Mediterraneo di fronte alla costa marocchina, fu conquistata dalla marina reale inglese nel 1704 durante la guerra di successione spagnola e conserva tuttora lo status di colonia inglese. Nonostante gli spagnoli rivendichino la sovranità su Gibilterra, i cittadini del piccolo territorio hanno deciso in due referendum (1967 e 2002) di rimanere colonia inglese e hanno stabilito il proprio autogoverno nella Costituzione del 2006, demandando al Regno Unito questioni di difesa e affari esteri. Da parte loro, i britannici hanno ragioni di tradizione e strategia geopolitica che li dissuadono dal togliere il piede messo su uno dei più importanti choke points, gli stretti e passaggi obbligati che vincolano il traffico navale, agevolandone il controllo.

La Gibraltar Football Union venne fondata nel 1895 e venne affiliata alla Football Association, il corpo che governa il calcio inglese. Con un solo campo a disposizione – il Victoria Park, a ridosso dell’aeroporto di Gibilterra e a pochi passi dal confine spagnolo – la Gibraltar FA organizza un campionato maschile strutturato su tre divisioni, una lega femminile e un torneo a eliminazione diretta, la Coppa della Rocca. Tutto questo senza contare la folta attività giovanile e la squadra nazionale, che il 25 ottobre 1949 toccò il cielo con un dito fermando sul 2-2 il Real Madrid allenato da Michael Keeping e con in campo leggende come il due volte Pichichi Pahiño, Luis Molowny e Miguel Muñoz (primo marcatore del Real alla Coppa dei Campioni e capitano nei trionfi del 1956 e del 1957). Le due reti dell’incontro furono entrambe segnate da un altrimenti sconosciuto attaccante di nome Belso. La vittoria del 1949 fu una delle ultime partite che la selezione poté disputare contro una squadra spagnola: a metà anni ’50 il governo impose alle squadre di chiedere un permesso governativo per disputare partite a Gibilterra e istruì le guardie di frontiera perché in assenza di tale permesso bloccassero i giocatori al confine. Nessun permesso fu mai concesso.

La richiesta di diventare membro FIFA venne formalizzata l’8 gennaio 1997. Nel 1999 la FIFA espresse un parere positivo, dichiarando la conformità della GFA ai requisiti statutari e rinviando all’UEFA l’applicazione di Gibilterra. L’anno seguente la confederazione europea e la FIFA condussero un’ispezione congiunta sugli impianti dedicati al calcio di Gibilterra e proposero l’ammissione della GFA all’UEFA ponendo come uniche condizioni l’impossibilità di accedere immediatamente a competizioni internazionali a livello seniores e under-21, la conformità delle infrastrutture ai requisiti delle competizioni UEFA di interesse e l’adattamento dello statuto della GFA agli standard UEFA. A far inciampare un processo che sembrava fino a quel punto lineare fu il pendente rinnovo dello statuto FIFA nel 2004, che spinse l’ente sovranazionale a congelare tutte le domande di ammissione fino all’approvazione del nuovo documento. Le nuove regole di ammissibilità rispecchiavano la volontà della FIFA di ammettere solo federazioni facenti capo a Stati riconosciuti all’interno dell’ONU (nonostante in passato siano state fatte delle deroghe a tale requisito, come nel caso delle isole Fær Øer o le stesse Home Unions alle quali, però, lo statuto stesso concede di poter partecipare separatamente), e nel 2007 Gibilterra incassò un nuovo rifiuto.

A pesare fu anche l’opposizione della Spagna che più volte ha minacciato di ritirare le proprie squadre dalle competizioni UEFA in caso di ammissione della colonia, costringendo la GFA a rivolgersi al Tribunale Arbitrale dello Sport nel 2007 e perfino a prendere in considerazione l’idea di chiedere l’ammissione alla confederazione africana invece che a quella europea. Pur di giocare e dare respiro al proprio calcio Gibilterra cominciò a partecipare a competizioni con altre nazionali non riconosciute, dai canonici Island Games (vinti nel 2007) fino alla Wild Cup, la Coppa del Mondo per paesi non-FIFA organizzata dalla FIFI (Federation of International Football Independents), in cui Gibilterra fu eliminata in semifinale da Cipro Nord, che si aggiudicò poi ai rigori la finale contro Zanzibar.

Tra i piani della GFA, dopo la conferma dell’ammissione, c’è la costruzione di un nuovo stadio a Europa Point: il Victoria Stadium sorge infatti in un territorio oggetto di ulteriori dispute tra la Spagna e il Regno Unito. Lo stadio è costruito a ridosso dell’aeroporto nella Verja de Gibraltar, l’istmo che separa il territorio della Rocca dalla Spagna, che per il governo britannico appartiene alla sovranità di Gibilterra essendone stato possedimento per un periodo prolungato.

Damiano Benzoni
(Dinamo Babel, pagina facebook e twitter)

Inglesi, spagnoli e… genovesi

Pur essendo famosa per le rivendicazioni britanniche e spagnole, Gibilterra ha un forte legame con l’Italia: l’attuale Primo Ministro Peter Caruana ha origini italiane, così come molti dei suoi predecessori. All’inizio del Settecento, quando la Spagna cedeva la Rocca ai britannici, la maggioranza della popolazione locale era genovese e fino alla metà dell’Ottocento l’italiano fu de facto lingua ufficiale insieme a castigliano e inglese. La neutralità politica e l’operosità dei pescatori di Pegli e dei loro figli era talmente apprezzata da spingere il governatore britannico a istituire la Guardia Genovese, un corpo armato responsabile del controllo e della difesa del territorio. Con l’inevitabile aumento dei coloni inglesi e dei matrimoni misti la popolazione di origine genovese è diminuita notevolmente e non rappresenta più la maggioranza degli abitanti, tuttavia ancora oggi i discendenti di quei primi pescatori continuano a sottolineare le loro origini dando ai figli nomi e soprannomi liguri. Quanto alla lingua, benché il genovese sia sparito da Gibilterra – fatta eccezione per il villaggio de La Caleta, dove si insediarono i primi pescatori, che ancora negli anni ’70 ospitava alcuni anziani di lingua genovese – ha influenzato il dialetto locale, il Llanito, che secondo alcuni studiosi prenderebbe addirittura il nome dal diminutivo di Gianni “Iannito”.

La Rocca dello sport

Nonostante la superficie ridotta, Gibilterra è una vera e propria roccaforte dello sport. L’attività sportiva è tenuta in grande considerazione e si concentra principalmente nel Victoria Stadium e nel Tercentenary Sports Centre, strutture attrezzate per ospitare atleti di diverse discipline. Gibilterra come vedremo ha una profonda tradizione calcistica, sebbene frustrata dall’ostracismo spagnolo, ma non solo: già nel 1800 sorgeva a nord del promontorio della Rocca un campo da cricket. Nel 1890 ospitò la prima nazionale in tournée, in circostanze decisamente particolari: la nave Liguria stava trasportando la selezione australiana in Inghilterra e si scontrò con altre due navi mentre attraversava il porto di Gibilterra; durante le riparazioni gli australiani giocarono una partita contro il Gibraltar Garrison. Purtroppo lo sviluppo dello sport ha sempre risentito della posizione strategica di Gibilterra, chiamata periodicamente alla mobilitazione militare, e delle dispute tra Spagna e Regno Unito che hanno portato i confini a essere continuamente aperti e chiusi a seconda del grado di tensione tra i due litiganti. Non fu quindi possibile dar seguito all’esplosione del cricket negli anni ’30, ma buoni risultati sono comunque arrivati nel tempo. Gibilterra è stata una presenza pressoché fissa nell’ICC Trophy, una competizione che raccoglieva le migliori realtà del cricket “minore” e funge da ultimo stage delle qualificazioni al Mondiale. Proprio in questa manifestazione nel 1986 ottenne la prima storica vittoria internazionale e altre tre seguirono nell’edizione successiva.

Una delle maggiori soddisfazioni sportive di Gibilterra è arrivata però dall’hockey su prato dove nel 1978 la nazionale staccò il biglietto per gli Europei di Hannover. Inserita nel girone di ferro con Germania Ovest, Inghilterra, Polonia, Francia e Scozia si classificò ultima, strappando però uno storico pareggio ai polacchi; negli spareggi per definire le posizioni nella classifica finale perse di misura contro Unione Sovietica e Scozia.

Gibraltar Football Club, 1895.

Gibraltar Football Club, 1895.

Come scritto da Benzoni, il primo ottobre del 2012 la Gibilterra calcistica è stata ammessa come membro provvisorio della UEFA e ha potuto così partecipare ad alcune competizioni ufficiali. Dal 23 al 26 gennaio 2013 ha giocato tre partite valide per le qualificazioni ai campionati europei di calcio a 5 del 2014: inserita nel Gruppo A del turno preliminare ha perso contro Montenegro (10-2) e Francia (6-2) per poi battere San Marino 7-5; ha chiuso il girone penultima ed eliminata. Nell’autunno del 2013 prenderà parte alle qualificazioni agli Europei U-17 del 2014 dove affronterà Irlanda, Inghilterra e Armenia. Dal 17 al 22 l’under-19 volerà in Repubblica Ceca per giocarsi la qualificazione agli Europei di categoria contro i padroni di casa, la Croazia e Cipro.

L’esordio mancato della nazionale spagnola

Il debutto ufficiale della nazionale spagnola di calcio avvenne il 28 agosto del 1920 durante i Giochi Olimpici in Belgio, ma il ricercatore Fernando Arrechea del Centro de Investigaciones de Historia y Estadística del Fútbol Español (CIHEFE) ha recentemente portato alla luce una storia davvero incredibile, specialmente se vista con gli occhi di oggi. Il catalano Carlos Padrós fu un politico e dirigente sportivo che fin dai primi anni del Novecento cercò di mettere le mani sul mondo sportivo spagnolo e nel calcio in particolare profuse grandi sforzi per dare vita alla prima selezione nazionale. Nel 1905 viene fondato il Comité Español de los Juegos Olímpicos (oggi Comité Olímpico Español) su impulso del Comitato Olimpico Greco per permettere alla Spagna di partecipare agli imminenti Giochi Olimpici Intermedi di Atene: il presidente del Madrid FC (oggi Real Madrid) Padrós è responsabile per il calcio. Alla fine la Spagna non parteciperà ai Giochi e l’organizzazione di una nazionale calcistica, uno degli obiettivi prioritari dell’intera spedizione, sarà dunque rimandata.

Estratto della lettera di Padrós pubblicata da El Mundo Deportivo. (CIHEFE)

Estratto della lettera di Padrós pubblicata da El Mundo Deportivo. (CIHEFE)

Padrós, però, torna immediatamente alla carica e il 21 gennaio del 1907 manda una lettera a Narciso Masferrer di El Mundo Deportivo, pubblicata il giorno 31, nella quale spiega i suoi piani per i Giochi Olimpici del 1908 a Londra: sottolineando la necessità di un “hombre de suficiente energía y fuerza de voluntad” che possa riunire lo scenario sportivo spagnolo (e candidandosi dunque a tale ruolo) palesa l’intenzione di creare una nazionale di calcio spagnola. A tale scopo ha “invitato, pagandole il viaggio, la squadra della federazione di Gibilterra, che dicono essere fortissima. Se tutto va come desidero, la vedremo a Madrid”. È bene ricordare che la Gibraltar Civilian Football Association venne fondata nel 1895, quasi vent’anni prima della Real Federación Española de Fútbol, per regolamentare e dare un’organizzazione al sempre crescente numero di squadre; già nel 1901 esisteva una nazionale di Gibilterra che si confrontava con le squadre dei militari britannici e all’epoca dell’iniziativa di Padrós era sicuramente una squadra temibile, forte dell’esperienza maturata contro i soldati di Re Edoardo VII. Purtroppo le cose non andranno come desiderava Padrós e la partita non sarà mai giocata. La nazionale spagnola esordirà quindi nel 1920, ma avrebbe potuto esordire nel 1907 proprio contro Gibilterra.

Tre Llanitos da ricordare

  • Negli anni ’60 la nazionale inglese poteva contare su portieri del calibro di Banks, Bonetti, Springett e Hodgkinson, ma quello che secondo molti era il più forte di tutti non potè mai vestire la celeberrima maglia gialla della selezione nazionale. Tony Macedo viveva in Inghilterra fin da piccolo, aveva completato il servizio militare nella RAF durante i primi anni col Fulham e difendeva i pali della nazionale under-23, ma era nato a Gibilterra da padre spagnolo e solo nel 1981 ai nativi della Rocca sarà garantita la piena cittadinanza britannica. Dovrà quindi accontentarsi di successi ed elogi con il Fulham più forte di sempre prima di emigrare in Sudafrica, costretto dagli infortuni, a terminare la carriera.

 

  • Al terzo turno della FA Cup del 1991 il West Bromwich Albion, squadra della Second Division inglese, pescò i semi-professionisti del Woking. A fine primo tempo i “Baggies” controllano facilmente un comodo vantaggio di misura e la partita sembra segnata, ma non hanno fatto i conti con l’informatico Tim Buzaglo: il 29enne attaccante di Gibilterra segna una tripletta nel secondo tempo, porta il risultato sul 4-2 finale e il Woking passa incredibilmente il turno. La sconfitta sarà fatale al West Bromwich Albion che licenzierà l’allenatore Brian Talbot e retrocederà a fine stagione, mentre il Woking dovrà confrontarsi con l’Everton (First Division) al quarto turno e perderà per 1-0 dando battaglia. Buzaglo entra nella storia della FA Cup e nel 2006, in occasione del 125esimo anniversario della FA Cup, viene inserito nel Team of Heroes della competizione dalla stessa Football Association. Non male per un atleta che aveva raggiunto i migliori risultati sportivi giocando a cricket con la nazionale di Gibilterra: nel 1986 venne convocato per l’ICC Trophy, ma non era in campo a fianco del padre e del fratello nella prima storica vittoria internazionale contro Israele; segnò invece sedici runs nella vittoria ai primi Europei del 1996 contro l’Italia.
  • Jeremy Campbell-Lamerton è stato un seconda linea di valore: nazionale scozzese di rugby a 15 e convocato per i primi Mondiali del 1987, Jeremy è figlio di un’altra seconda linea, il colonnello Michael Campbell-Lamerton, capitano della nazionale scozzese e due volte selezionato dai British and Irish Lions, militare nato a Malta (dove stazionava il padre Robert) di servizio in Corea, Cipro e Gibilterra. Proprio nella Rocca nascerà Jeremy, destinato a raccogliere l’eredità rugbistica paterna.

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Rugby, tra realtà e luogo comune

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Il rugby è lo sport dei veri uomini, onesti e generosi; il calcio è lo sport dei ricchi viziati, venduti e simulatori. Il rugby è letteratura, un grande classico; il calcio è spazzatura, un instant book.

Abbiamo chiesto a tre dei più validi autori che quotidianamente si occupano di rugby un parere sulla differente percezione di rugby e calcio che permea la vulgata. Una differenziazione totale, massimalista, ontologica: il rugby è purezza, il calcio è sporcizia. Sarà vero? Cerchiamo di gettare un raggio di luce su miti, archetipi, verità, menzogne e banalità che affliggono il discorso comune sul rugby.

Hanno gentilmente risposto:

Duccio Fumero, curatore del blog Rugby 1823 ospitato da Blogosfere (e tante altre cose).

Davide Macor, vulcanica mente di Non Professional Rugby (e tante altre cose).

Elvis Lucchese, uno dei più validi scrittori di rugby (e tante altre cose).


Un luogo comune tutto italiano vuole che il rugby e i rugbisti siano “diversi” da calcio e calciatori. I primi vengono percepiti come atleti leali, colti, “puliti” e “sportivi”, mentre i secondi sono imbroglioni, furbi, simulatori, ignoranti e rappresentanti di un’Italia stereotipata e retrograda. Addirittura gli sport stessi assurgono a paradigma di questi valori e comportamenti. Cerchiamo di mettere in chiaro quali delle differenze percepite sono reali: in quali aspetti a tuo avviso c’è una vera differenza tra i due sport e i loro praticanti?

Fumero: Nasce prima l’uovo o la gallina? La domanda classica torna prepotente anche quando si cerca di paragonare il rugby al calcio, i suoi valori con i disvalori che, ormai, spesso accompagnano la palla tonda. Ma il rugby è veramente superiore al calcio per dna? O i rugbisti sono superiori ai calciatori? O, invece, è l’ammantare il rugby di questi valori e di questa capacità etica e istruttiva a renderlo, nel tempo, più appetibile a chi è eticamente superiore? Secondo me tra i due sport non vi sono, di fondo, reali differenze. Alla base. È stato il tempo, il professionismo, le derive, la difesa di certi valori ad ampliare la forbice tra rugby e calcio. Una forbice che rischia di allargarsi ancora, proprio perché la percezione del rugby come sport “pulito” porta ad avvicinarsi al gioco chi viene da famiglie con valori etici superiori e una classe socioculturale medioalta.

Macor: Allora differenze ce ne sono, questo è sotto gli occhi di tutti. A mio parere, però, negli ultimi anni si è “mitizzato” troppo il rugby, a discapito proprio dell’immagine “pura” con cui era arrivato sui “grandi palcoscenici”. L’unica vera differenza tra i due sport, a mio parere, sta in certi aspetti che rendono la palla ovale più alla portata di tutti, rispetto al calcio, sport bellissimo, ma gestito da persone maggiormente interessate ai propri interessi, piuttosto che al bene dello sport e degli sportivi. Sostanzialmente, poi, la differenza tra calciatori e rugbisti, fuori dal campo da gioco, sta nei soldi: il “vil denaro”, cambia persone e comportamenti. L’errore a questo punto, come in tutte le cose, è quello di fare “di tutta l’erba un fascio”; non tutti i calciatori sono sbruffoni, come è vero che non tutti i rugbisti sono dei simpaticoni, ma questo penso sia una cosa normale, in ogni aspetto della vita.

Lucchese: Il rugby è uno sport di intensi scontri fisici e il rispetto delle norme che regolano la violenza è indispensabile – come ad esempio nel pugilato – per garantire l’incolumità dei partecipanti, per limitare l’aggressività e per evitare la degenerazione alla rissa da saloon. Il rugby ha potuto conservare quella marcata etica vittoriana che originariamente aveva in comune con il “fratello” football grazie ad una diffusione nel mondo in fondo limitata e soprattutto grazie al ritardo – di quasi un secolo rispetto al calcio – nell’adozione del professionismo vero e proprio. L’approdo al paradigma rugby/fair play in opposizione al calcio/frode è ovviamente un passaggio indebito, una ingenua semplificazione. Si tratta peraltro di una interpretazione del rugby solo italiana, ed anche in Italia sviluppatasi solo di recente parallelamente alla crescita di interesse del grande pubblico maturata dal 2000 (ingresso nel Sei Nazioni) e in particolare dal 2007 (due vittorie azzurre nel torneo). Una interpretazione che secondo me si fa strada in controluce, cioè per definire l’aspirazione di uno sport diverso rispetto al calcio ormai guastato dagli interessi miliardari, piuttosto che da una conoscenza da vicino del mondo del rugby. Va sottolineato che in Italia una percentuale molto bassa del pubblico generico ha praticato lo sport della palla ovale, che nei paesi protagonisti a livello internazionale è invece ampiamente diffuso anche nel sistema scolastico. Nella storia del rugby entra a pieno diritto anche una lunga serie episodi di violenza, di simulazioni, di imbrogli sospetti appurati o sospetti. D’altra parte non è attraverso il fair play che i rugbisti rappresentano il proprio sport, sia in Italia che nel mondo, nè oggi nè in passato. Per i suoi interpreti a definire l’unicità del rugby è invece la sfera ampia della socialità, in altre parole lo spirito di squadra, l’amicizia, il divertimento. Ciò che più balza agli occhi al pubblico generico, il rispetto nei confronti dell’arbitro da parte dei giocatori, è un aspetto intrinseco all’etica che viene tramandata di generazione in generazione e non basta a legittimare lo stereotipo di uno sport “leale, colto e pulito”, ciò che il rugby non è in sé. Nel caso italiano lo spettatore-medio del rugby oggi appartiene ad una classe media di istruzione universitaria e si ben predispone quindi a convalidare l’idealizzazione di uno sport migliore e un po’ speciale (autoconvalidandosi così come gruppo sociale).

In che modo il comportamento delle federazioni internazionali e nazionali (le punizioni e l’entità delle stesse, la tolleranza e l’intolleranza rispetto a certe questioni) e degli arbitri traccia una differenza tra i due sport?

Fumero: In questo solco si inserisce anche una volontà di pulizia che, col tempo, si è resa più forte nel rugby che nel calcio. L’esempio più palese è l’utilizzo del TMO, un’ovvietà nel rugby, ma che il mondo del calcio e chi lo governa non accetta e non vuole. Perché? Difficile a dirsi, ma di sicuro un brutto segnale per uno sport che deve cambiare rotta. Così, nel rugby il rapporto con le polemiche, quindi con gli arbitri e le squalifiche, è molto attento, puntando sulle potenzialità educative dello sport anche a livello professionistico.

Macor: Quello che si percepisce è che al mondo del calcio è concesso tutto e che non c’è assolutamente rispetto per i valori che dovrebbero caratterizzare ogni sport: sportività e disciplina, su tutti. Uno dei fattori, invece, che ho sempre apprezzato nel rugby è che il regolamento è un dogma, un qualcosa che, nonostante tutto, viene seguito ed eseguito alla lettera. L’arbitro in campo è una figura che si può odiare, in ogni caso, però, bisogna rispettarlo e il suo parere, condiviso o meno, è indiscutibile (da ricordare la lezione dell’arbitro gallese Nigel Owens, che redarguiva il mediano di mischia della Benetton Tobias Botes, perché parlava troppo). Il comportamento delle federazioni è in evoluzione costante e gli interventi sulla casta arbitrale con sempre più corsi di specializzazione e aggiornamento sono sotto gli occhi di tutti (sempre più direttori di gara italiani entrano nei ranghi dell’Irb). Bisogna investire tanto sull’aspetto tecnico, quanto su quello arbitrale. Alzando anche il livello degli arbitri, infatti, tutte le partite saranno sempre più piacevoli da vedere e il gioco avrà un ulteriore miglioramento. Una riflessione rispetto al rugby di cui mi occupo, ovvero quello che comprende le categorie di serie B e C, è doverosa: sarebbe opportuno mandare alle partite una terna arbitrale e non l’arbitro da solo. In questo modo, tutti gli incontri, potrebbero essere meglio gestiti e ne guadagnerebbe tutto il movimento.

Lucchese: L’atteggiamento dell’IRB si distingue per un certo dinamismo (di stile molto anglosassone) verso le modifiche regolamentari. Alcune di queste modifiche, come l’adozione della moviola in tempo reale (TMO), vanno nella direzione della massima trasparenza verso il pubblico e gli attori del gioco. Ciò che tuttavia è davvero decisivo nel rapporto fra giocatori e arbitri è il clima di collaborazione presente a vari livelli. Nel rugby professionistico giocatori e arbitri spendono molto tempo lavorando insieme sull’approfondimento e l’interpretazione delle norme del gioco (spesso davvero complesse). La prossimità fra arbitri e giocatori anche nei momenti di aggregazione porta talvolta a relazioni di amicizia, e comunque sempre a rapporti di conoscenza reciproca e ad occasioni di dialogo. Arbitri e giocatori non si vedono quindi in opposizione ma come partner impegnati nella buona riuscita di uno spettacolo. Il fair play è intanto diventato per il rugby italiano e internazionale un importante valore di marketing (le aziende hanno interesse ad abbinare il proprio nome ad uno sport percepito come “pulito” e “leale”). La politica degli organismi che governano la palla ovale sarà dunque sempre più rivolta a rafforzare un’immagine di questo tipo.

Credi che la recente introduzione del professionismo nel rugby incida sulla differenza tra i comportamenti dei rugbisti e dei calciatori?

Fumero: Non credo che il professionismo nel rugby abbia, sostanzialmente, cambiato lo status quo, proprio perché vi è una volontà dell’intero movimento mondiale a difendere le proprie peculiarità.

Macor: Il professionismo nel rugby ha fatto più danni che altro, secondo il mio modesto parere (io ho smesso di divertirmi nel momento in cui i soldi hanno iniziato a “girare”). O per meglio dire, i grandi poteri hanno deciso di passare al professionismo in un momento in cui il movimento si stava evolvendo e non era ancora pronto “al grande salto”; i risultati, poi, parlano da soli. Le franchigie, ad esempio, hanno innalzato l’interesse attorno a questo sport (più che altro la Benetton), ma hanno oscurato e distrutto tutta una serie di campionati minori; vedi Eccellenza e la stessa serie A, che dagli anni in cui ci giocavo anch’io (appena tre stagioni addietro) hanno abbassato il proprio livello in maniera incontrollata. Concludo citando Stefano Benni, cultore del calcio e semplice appassionato di rugby che, in un’intervista che ho avuto la fortuna di fargli, mi congedò dicendomi: «Il rugby sta crescendo (giustamente) nell’interesse dei media,  ma non tanto nei risultati… mi sento di consigliare ai ragazzi della nazionale meno foto e più fiato». Riflettiamo…

Lucchese: Il professionismo, a cui è abbinata un’esposizione mediatica assolutamente inedita, sta erodendo l’etica tradizionale del rugby. Da una parte l’esibizione del corpo – ovviamente sconosciuta nel rugby del passato – rientra in codici della virilità che sono radicalmente mutati nella cultura di massa contemporanea, dall’altra oltre che nell’estetica anche nei comportamenti i rugbisti diventano sempre più vicini a quelli dei calciatori. Fino a pochi anni fa, ad esempio, l’esultanza dopo una meta era considerato un gesto inaccettabile, di affronto verso gli avversari. In sostanza si è compiuto il passaggio da “sport per il piacere dei giocatori”, così come è stato inteso il rugby per oltre un secolo, a uno sport rivolto essenzialmente agli spettatori (allo stadio o più spesso davanti alla televisione), come ogni altra disciplina professionistica.

Credi che le federazioni internazionali e nazionali di rugby siano meno “schiave”, anche economicamente, dei loro “campioni”?

Fumero: Più che dei campioni, il problema è il rapporto tra le federazioni e i club, soprattutto in Inghilterra e in Francia dove i due poteri si equivalgono. Nei Paesi emergenti – Italia compresa – il peso della nazionale è ancora troppo forte per permettere a campioni o club di avere più di tanta voce in capitolo.

Macor: Penso che non lo siano. Anche nel mondo del rugby marketing e pubblicità la fanno da padrona e così, di conseguenza, le Federazioni ne traggono inevitabilmente dei vantaggi. Pensiamo all’Italia: perché un non conoscitore di rugby va a vedere il Sei Nazioni, o un test match? Semplice: perché si ricorda delle pubblicità del simpatico Castrogiovanni, delle comparsate tv dei fratelli Bergamasco e dei calendari svestito del buon Parisse. Questa, per un movimento che sta di fatto nascendo, come quello italiano è, senza ombra di dubbio, una fortuna, però mi piacerebbe che le persone non si soffermassero solo a quello e provassero a capire, veramente, cosa vuol dire essere un rugbista. Ad ogni modo, da tutto questo le Federazioni traggono numerosi favori, di sponsor e visibilità; per cui, più in piccolo, possiamo ben dire che sono anche loro schiave dei propri campioni.

Lucchese: Non conosco la situazione di altri sport, ma nel caso del rugby sono spesso i giocatori ad essere schiavi delle federazioni e dei club che costituiscono i loro “datori di lavoro”. Al di là di una ristretta élite di campioni con lucrosi contratti, esiste un gruppo numeroso di atleti professionisti che costituiscono il vero labour dello spettacolo-rugby, che hanno scarse tutele e scarsi diritti in uno sport sempre più logorante dal punto di vista fisico (e con carriere dunque sempre più brevi). E’ ciò che viene chiamata in gergo “carne da macello”: ragazzi, ad esempio, provenienti dalle isole del Pacifico e spremuti nei tornei europei per contratti che comunque non danno garanzie per il loro futuro extrasportivo, esposti al rischio di una interruzione della carriera a causa di un infortunio grave.

Vedendo i due sport dall’esterno sembra che ci sia una netta differenza di introduzione del bambino/ragazzo allo sport: l’approccio al calcio è di tipo professionale sin da quando l’atleta è solo un bambino, mentre il rugby è vissuto più come un passatempo, uno sport che difficilmente “ti dà da vivere”, e di conseguenza lascia più spazio alla vita del bambino/ragazzo. Sei d’accordo? Incide anche questo sulla differente crescita di un calciatore rispetto a un rugbista (e quindi sull’uomo-atleta che sarà)?

Fumero: Sicuramente le aspettative economiche incidono, ma oggi il rugby può dare da vivere, ad alto livello, quindi non è solo questo. Come già detto, la percezione socioculturale, etica ed educativa diversa tra rugby e calcio spinge anche diverse tipologie di genitori ad avvicinare i figli a uno o l’altro sport. Chi in casa viene educato secondo certi valori viene spinto viene determinati ambienti, anche sportivi; chi viene educato secondo altri valori viene spinto verso altri ambienti e altri sport. La crescita mediatica del rugby, abbinata agli scandali calcistici degli ultimi 10 anni, ha portato molti genitori di livello socioculturale medio-alto a “scoprire” la palla ovale e ha fatto crescere il numero di minirugbisti proprio nelle zone più “borghesi” del Paese.

Macor: Io ho iniziato a giocare a rugby alla tenera età di cinque anni e questo sport mi è servito, davvero, come scuola di vita; questa è una frase fatta, ai giorni nostri, ma crescere nel rispetto dei compagni, dell’avversario e percependo il fatto che solo con l’aiuto di tutti e ventidue i giocatori in squadra si potranno raggiungere certi obiettivi, non è cosa da poco. Inoltre il settore propaganda, che se non sbaglio arriva fino all’U14,  offre solo concentramenti e non partite ufficiali, per cui si gioca per crescere e non per competere. Poi non bisogna fare di “tutta l’erba un fascio” (ribadisco) perché anche il calcio è uno sport formativo e fondamentale per la crescita di un bambino; però, a volte il miraggio del professionismo dorato crea troppe aspettative e sono gli stessi genitori a non vederlo più come un divertimento, ma come un vero e proprio “lavoro”, perdendo di vista che lo sport da piccoli deve essere solo un divertimento.

Lucchese: Naturalmente i baby calciatori subiscono molte più pressioni di qualunque altro bambino sportivo, ma non vedo comunque alcuna specificità nell’approccio al rugby. Nei club italiani l’avviamento alla palla ovale del bambino è lasciato molto spesso all’improvvisazione (con alcune notevoli eccezioni che però non costituiscono sistema). Sottolineerei invece che i minirugbisti, come tutti i giovani atleti delle altre discipline, sono esposti a tutti i rischi derivati dalla grave mancanza nella nostra società di una diffusa cultura sportiva. Poiché si tratta di una istanza importante per i cittadini tutti, forse dovremmo farci portavoce di un movimento civico che adotti come simbolo la difesa dell’educazione fisica nella scuola italiana, che rappresenta secondo me l’aspetto più drammatico della questione.

Capitolo tifosi: non si sente mai parlare di atti di violenza da parte di tifosi o atleti su un campo di rugby. Accadono e sono accaduti in passato? Quali sono a tuo parere le differenze di mentalità e atteggiamento tra un tifoso di rugby e uno di calcio? Credi che l’ossessione dei media per il calcio incida sull’atteggiamento dei suoi tifosi e credi quindi che la scarsa esposizione mediatica del rugby lo preservi da certi episodi di violenza?

Fumero: Questo, invece, lo vedo come un “falso mito”. La violenza nel calcio ha poco a che fare con il calcio e si rifà più a motivi economici e politici che nulla hanno a che fare con lo sport. Il tifo “caldo” esiste anche nel rugby, ma gli interessi – anche criminali – che ruotano intorno al mondo degli ultras del calcio fanno la differenza che, quindi, poco ha a che fare con i due sport.

Macor: Fatti di violenza possono capitare ovunque, per cui neanche il mondo del rugby ne è privo. Il tifoso di rugby, tuttavia, vive per godersi la partita e “vada come vada sarà un successo”. Il tifoso del calcio, invece, vive per la partita, creandosi aspettative e illusioni che se poi non vengono rispettate gli danno il diritto (secondo quello che vedo) di sfogarsi contro la tifoseria avversaria e tutto quello che li divide. A mio parere il calcio è uno sport bellissimo, che però viene vissuto come un motivo di vita e non, appunto, come una pratica sportiva, un divertimento. I media fanno il proprio lavoro e il calcio, in Italia e nel mondo, è un business per cui l’attenzione è inevitabile, ma questa non è una giustificazione alla violenza negli stadi. Poca attenzione per il rugby? A livello di campionati nazionali forse, ma non ci si picchierebbe comunque (questione di stile); per quanto riguarda la nazionale i numeri dei recenti test match parlano da soli in quanto ad affluenza di pubblico e copertura mediatica, eppure atti di violenza non ce ne sono stati, nonostante l’Italia abbia perso due partite su tre, una anche “per un soffio”. Concludendo penso che, oltre ai tifosi, dovrebbe essere il sistema calcio a cambiare: troppi soldi, troppi benefit, troppi capricci, troppe agevolazioni… se si tornasse a concepire il calcio come uno sport, tutto potrebbe volgere al meglio.

Lucchese: Gesti esasperati dalla rivalità sono accaduti, ma il rugby rimane al riparo da episodi di violenza per motivi ai quali si è già accennato in precedenza: l’etica intrinseca al gioco, la diffusione relativamente scarsa, l’estrazione di classe medio-alta del suo pubblico. La questione, secondo me, andrebbe posta altrimenti, cioè domandandosi perché certi episodi accadono nel calcio (non perché non accadono nel rugby).

Qualcuno di tanto in tanto sussurra che ci siano meno scandali nel rugby poiché le federazioni adottano un atteggiamento “don’t ask don’t tell” quando addirittura non insabbiano questioni scomode. È vero?

Fumero: Questo, ahimé, vale in tantissime federazioni, in Italia e all’estero. Diciamo che, soprattutto, vi è un maggior interesse mediatico nei confronti del calcio che porta la stampa a dare un peso maggiore agli scandali della palla tonda, mentre vi è un disinteresse diffuso verso la “politica” negli altri sport. Scandali, gossip e problemi vengono spesso ignorati più dalla stampa che nascosti dai diretti interessati.

Macor: Rispetto a questa cosa concordo: se nel rugby c’è tanto rispetto e benevolenza per molte cose, dall’altro lato come si suole dire “i panni sporchi si lavano in casa”. Molti eventi negativi legati a questo mondo vengono prontamente insabbiati dalla Federazione di turno, oppure è proprio lo “spogliatoio” (capitano e senatori) a coordinare e risolvere la problematica o lo scandalo, non facendolo nemmeno uscire dalle mura dello stadio.

Lucchese: Non saprei dire se la pratica don’t ask don’t tell sia più o meno presente nel rugby che in altri sport. Il rugby professionistico è sottoposto a pressioni nella misura degli interessi che coinvolge e l’IRB e le varie Federazioni hanno dimostrato spesso di subire il diverso peso politico dei vari partner (si pensi alle scandalose iniquità del calendario dei Mondiali).

Concludiamo in bellezza con il capitolo doping: se ne parla molto nel calcio (in relazione soprattutto ai pochi casi acclarati), mentre nel rugby pare non essere un problema. Assistiamo, però, a sviluppi muscolari e fisici in alcuni casi impressionanti. Qual è la situazione reale?

Fumero: Questo è, forse, il più grave problema del rugby moderno. La stessa Associazione mondiale dei rugbisti professionisti ha attaccato la Wada perché troppo impegnata a lottare contro il consumo di droghe leggere (come la cannabis) a discapito di una vera lotta al doping prestazionale. Il problema doping nel rugby esiste ed è una bomba a orologeria che rischia di esplodere.

Macor: Sinceramente… il doping nel rugby esiste. Possiamo definirlo “mirato”, nel senso che viene praticato fuori stagione, quando i campionati sono fermi e non si hanno strascichi quando le competizioni iniziano. Mi sento di dire solo questo in merito.

Lucchese: La questione del doping, in termini generali, è molto complessa (e, credo, anche molto fraintesa). Sintetizzo per brevità, ma sarebbe necessari ampi approfondimenti. Di certo dove c’è sport professionistico c’è anche il ricorso a farmaci per migliorare le prestazioni fisiche. L’uso di farmaci è diffuso anche nel rugby professionistico, come dimostra peraltro la casistica piuttosto ampia delle positività ai controlli anti-doping, mentre non si può sottovalutare il ruolo protagonista del Sud Africa nello scenario della palla ovale (a causa di un vuoto legislativo il paese è ritenuto uno dei crocevia dei traffici mondiali di sostanze dopanti). L’IRB ha varato il programma “Keep the rugby clean” in linea con l’esigenza – dettata dal marketing – di dare alla disciplina un volto sano e pulito, ma di fatto i controlli nel rugby professionistico restano decisamente blandi. E’ ridicolo che negli ultimi Mondiali i controlli siano stati annunciati pubblicamente in anticipo (eppure hanno fatto registrare un caso di positività). Di fatto nessuna lotta seria al doping verrà mai condotta fintantoché gli interessi del controllore coincideranno con quelli del controllato (e i mezzi a disposizione della Wada sono ancora troppo limitati). Dal mio punto di vista, sono poco interessato a comprendere se il doping influisca sui risultati, mentre la questione più rilevante è invece la nocività per l’atleta. Essendo uno sport professionistico da poco tempo, per il rugby non è disponibile neppure una adeguata casistica per studiare gli effetti a lungo termine dei farmaci sulla salute degli atleti.

L’Editore, ma in massima parte Duccio Fumero, Davide Macor, Elvis Lucchese.

Panoptikon e il ruolo dello sport nella cultura

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panoptikon

Lo Spogliatoio ospita temporaneamente la casa editrice Panoptikon; se gradite i contenuti potete seguire l’attività di questa nuova inziativa e supportarla su Facebook e Twitter.

Uno degli obiettivi della casa editrice Panoptikon è quello di “dare allo sport dignità artistica e culturale”, ma cosa significa esattamente?

Vi sono persone capaci e meritorie che da anni lavorano su questo fronte contribuendo in maniera determinante al riconoscimento dello sport come fenomeno culturale, ma si tratta spesso di singole voci che faticano a imporsi in uno scenario mono-sportivo dominato da media ed editoria di massa disinteressata a certi argomenti. Tuttavia negli ultimi anni il mainstream dello scenario sportivo si sta modificando e finalmente anche in Italia trovano spazio iniziative rivolte a un pubblico vasto: si gettano i semi di una nuova visione dello sport slegata sia dai dettami della cultura “istituzionale” chiusa e autoreferenziale che dall’atteggiamento cinico dei media.

Purtroppo questi semi sovente sono improduttivi, gettati qua e là a generare affermazioni più che dibattito. In questa situazione, quella che potremmo definire “l’emancipazione dello sport” percorre due strade pericolose per la buona riuscita della stessa: la retorica e la nevrosi.

Tutto ciò che viene oppresso e represso tende a generare idoli, totem, tabù al proprio interno: un sistema di valori, conoscenze e convinzioni ritenute intrinsecamente vere, giuste e meritevoli di considerazione che col tempo diventano aprioristiche. Retorica, appunto. Naturalmente secondo l’oppresso non viene compresa l’esattezza delle proprie istanze che ingiustamente vengono represse generando frustrazione e quindi una rivendicazione sempre più aggressiva.

Possiamo quindi aggiungere che l’emancipazione dello sport è nella fase della propria adolescenza: tavolta si contrappone alla cultura rivendicando il proprio ruolo in maniera scoordinata, pretestuosa e pretenziosa, cercando di apparire più grande di quanto non sia; talaltra “elemosina” spazio e legittimazione alla cultura evidenziando legami inesistenti, tentando di rientrare nella “cultura istituzionale chiusa e autoreferenziale” in maniera forzata, ingigantendo questioni minori per apparire elemento decisivo delle “grandi questioni” dell’uomo.

Questi tentativi sono inutili ai fini dell’obiettivo: lo sport non sarà riconosciuto fenomeno culturale in quanto elemento attivo e decisivo di meccanismi storici o politici (culturalmente ritenuti “importanti”), bensì in quanto elemento culturale e sociale, grande o piccolo che sia.

Perché lo sport non è mai stato diffusamente riconosciuto come fenomeno culturale (in Italia)? Perché non hanno mai trovato sfogo i tentativi di tracciarne e rivendicarne il perimetro, una strada percorsa nel “sottobosco” e lì rimasta confinata, senza seguito da chi può realmente influenzare il grande pubblico.

Tanto basterebbe e dunque questa sarà la linea di Panoptikon: inutile e dannoso rifugiarsi nella facile retorica e nel risaputo, così come fare dello sport una questione più grande di quella che realmente è.

Quanti scrittori, quanti filosofi hanno influenzato la società? Ben pochi, non fosse altro che fino a un paio di secoli fa la cultura non arrivava alle masse sociali (se non mediata e distorta). Lo sport deve trovare legittimazione perché è sport, non perché ha servito culture “superiori”: lo sport è cultura in relazione a se stesso, è un universo culturale tanto quanto la letteratura e la politica con valori propri, storie personali e professionali significative, eventi che hanno segnato epoche prima di tutto sportive, elementi che hanno influenzato lo sport stesso evolvendolo e rendendolo cultura.

L’editore