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Il futuro dello sport

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panoptikon

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Benché la produzione di Panoptikon sarà incentrata sul passato dello sport cogliamo l’occasione di questa fine d’anno per gettare uno sguardo sul futuro: come si evolverà lo sport? Non si possono avere certezze in merito, ma ugualmente è possibile fare alcune considerazioni alla luce delle strade intraprese nel presente.

Dobbiamo innanzitutto distinguere tra le due grandi tipologie di sport: quelli individuali e quelli di squadra. Lo sport individuale – prendiamo come paradigma l’atletica – è solitamente votato al raggiungimento della prestazione fisica immediata (la corsa più veloce, il salto più alto, …), mentre nello sport di squadra le variabili atletiche e tecniche individuali si intersecano determinando una prestazione collettiva che a sua volta determina solo parzialmente il risultato finale. È quindi evidente come la prestazione nell’atletica sia “limitata” inderogabilmente all’unica variabile della capacità fisica umana, una risorsa “finita” per così dire, al contrario dello sport di squadra che prende questo parametro e lo utilizza come una delle tante variabili del gioco.

È facile comprendere come gli sport individuali debbano ricorrere a “stratagemmi” per garantirsi un futuro dopo ogni record: a Johnson deve succedere Bolt e a questi deve succedere qualcun altro. Per garantirsi un futuro l’atletica ha deciso di ricorrere ai “freaks”. Man mano che passa il tempo il miglioramento della prestazione massima è sempre minore; questione di dettagli. Bolt è alto un metro e novanta centimetri, quasi dieci centimetri più di Michael Johnson, e un metro è occupato dalle sole gambe. Ne risulta una falcata di circa due metri e mezzo che gli garantisce di poter completare 100 metri con una quarantina di falcate. Può dunque avere tutti i difetti tecnici che vuole finché mette in fila quaranta falcate da due metri e mezzo. Ugualmente, però, Bolt migliora il record sui 200 metri di Johnson (19.20 contro 19.22) dello 0,1%, ovvero di soli 20,7 centimetri. Maggiore è la distanza e minore è l’incidenza del fisico: a un gigante con una falcata di 100 metri basterebbe il tempo necessario a fare un passo per battere il record, ma avrebbe maggiori difficoltà all’aumentare della distanza da coprire. L’escamotage funziona fino a un certo punto.

Dove non arriva l’escamotage delle gambe più lunghe arrivano le protesi. Il caso di Oscar Pistorius ha smosso opinioni differenti e studi scientifici che hanno dimostrato – forse è meglio dire perorato – tesi opposte. In ogni caso Pistorius nella sua volontà di competere contro atleti normodotati (perdonatemi ma non sono aggiornato sulla terminologia più politically correct del momento) deve affrontare vantaggi e svantaggi. Proprio perché le condizioni di partenza non sono uguali per tutti – o per lo meno assimilabili – non sembra giusta la decisione del CIO di farlo competere coi normodotati. Ma sicuramente agli sponsor e ai telespettatori, che potevano gustarsi la Storia (in salsa “io c’ero”/”clicco mi piace”) e la corsa del freak comodamente in poltrona senza nemmeno doversi sorbire Barbara D’Urso, è sembrata giusta.

Questa è dunque la strada intrapresa dall’atletica e simile è quella che ha deciso di seguire la Formula Uno. Con un regolamento kafkiano, trionfo di puro onanismo burocratico, la corsa alla macchina più veloce è sfociata in una pista elettrica in scala 1:1 che ricorda gli scacchi umani. Le macchine sfrecciano veloci, velocissime, sul binario loro preposto e il sorpasso, rigidamente regolamentato, dipende da mezzi tecnologici: se soddisfi i requisiti puoi premere il bottoncino del turbo. Supercar non era un telefilm un po’ pacchiano, era un precursore.

Il re degli sport di squadra, il calcio, non se la passa meglio. Abbiamo assistito quest’anno alla farsa del record di Messi: nonostante non sia stato omologato dalla FIFA – per non subire l’onta di avere un record detenuto da un africano invece che da uno dei tanti pseudo-campioni di regime – per i media continua a esistere e viene citato in questi giorni in tutti i resoconti di fine anno. Proprio i media detengono in ambito sportivo il potere dell’immediato futuro come uniche espressioni “d’informazione” e storicizzazione in grado di intrattenere le masse. Cavalcandone l’emotività si pongono come genitori-amici. E se i media “tradizionali” sono genitori troppo amici dei figli, i nuovi media, blog e siti internet, sono i veri e propri amici. Trascinati dai meccanismi di semplificazione dei social network ci aggreghiamo attorno a chi semplifica. Cristiano Ronaldo ha un triliardo di like – che non fa rima con Nike, ma cambia solo una lettera, – dev’essere per forza un campione.

Infine i Giochi Olimpici. È difficile parlarne, è come descrivere la lenta agonia di un caro amico sulla via del tramonto. La strada intrapresa da decenni (da sempre?) è quella di inserire nel programma sport che possano coinvolgere specifici mercati e accontentino lobby di potere interne ed esterne. La sensazione è che non si possa andare avanti ancora per molto con una manifestazione ridotta a un ridicolo spettacolo di “sport”, definiamoli così, più o meno bizzarri. Anche in questo caso si tratta comunque di una buona occasione per i media d’inventare qualche personaggio che serva da riempitivo durante l’anno.

Qual è il futuro dello sport dunque? RECORD! CAMPIONI! VITTORIE! A solo un euro.

L’editore

Il finto record di Messi e le statistiche nel calcio

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La scientifica costruzione del mito in uno sport sempre alla ricerca di un dio da incensare che moltiplichi tirature e pubblicità non ammette la verità storica e così, dopo mesi di titoli sparati in prima pagina, arrivano le piccole smentite: il record di reti segnate in un anno solare di Messi non esiste.

Cerchiamo di fare, finalmente, un po’ di giustizia sulla questione.

Il record di Messi non esiste per se, in quanto difficile da verificare. Non possiamo tracciare tutti i calciatori della storia di tutti i campionati nazionali di ogni Paese. Nell’ambiente della ricerca si attribuisce il record a Godfrey Chitalu, leggenda del calcio zambiano, che nel 1972 segnò 107 reti, ma lo stesso Pelé dovrebbe aver superato le cento reti in un paio di occasioni (1959 e 1961). La FIFA non riconosce il record di Chitalu ed è facile immaginare come la documentazione in merito sia piuttosto discutibile; la decisione è dunque condivisibile, ma sarebbe opportuno attivarsi per fare chiarezza una volta per tutte. Purtroppo la FIFA non ha interesse a farlo in quanto il calcio africano, figlio di un Dio minore, è il “calcio del futuro” e tale deve rimanere. Pelé viene invece penalizzato dalla definizione di “gara ufficiale” secondo la FIFA, una definizione in continua evoluzione. Purtroppo per il brasiliano le amichevoli di club non vengono considerate ufficiali, così come molte competizioni dell’epoca: non è il caso di dilungarsi sulla questione visto che il dibattito in Sudamerica è tuttora molto acceso, ma basterà citare il fatto che la gran parte dei ricercatori utilizza metodi diversi per definire una gara ufficiale rispetto a quello di matrice più politica che sportiva della FIFA.

Il record di Messi non è significativo. Il numero di reti segnate in un anno solare è un numero che non dice nulla sulla qualità delle stesse e del calciatore. L’argentino ha segnato quest’anno 86 reti in 66 partite con 14 rigori, Müller 85 in 60 partite con soli tre rigori nel 1972. Appare chiaro come le reti del tedesco abbiano un “valore aggiunto” rispetto a quelle di Messi. Si potrebbe poi valutare quanto queste reti abbiano inciso sul risultato finale e in che maniera siano state segnate e tanti altri aspetti (nel 1972 la prassi per l’attribuzione di un autogoal era diversa, ad esempio), esercizi che servirebbero a dare qualità alla quantità.

Tralasciando gli interessi dei media nel record di Messi, è acclarata una carenza di competenza statistica nel calcio, specialmente se paragonato agli sport americani. Da anni porto avanti una battaglia – solo di principio, poiché non essendo abile coi numeri non posso dare un contributo fattivo – per una maggiore consapevolezza statistica nel calcio. Mentre nel baseball da anni si sviluppa la sabermetrica, capace di determinare l’esatto apporto qualitativo di ogni giocatore in ogni posizione, noi siamo fermi da un paio di secoli al binomio presenze-reti (persino le reti subite dai portieri non sono indicate da tutti i resoconti statistici). L’unico passo avanti, quello dei chilometri percorsi dal calciatore, è in realtà un passo indietro trattandosi di statistica assolutamente inutile ai fini del giudizio tecnico o agonistico.

Questa incredibile carenza è conseguenza di vari fattori, primo tra tutti la differente maniera di vivere lo sport: il calcio tocca il lato emozionale degli europei e la statistica è una verità che non si vuole sentire; di contro gli americani hanno un bisogno di “esattezza” (la quale non può che essere ottenuta tramite metodi scientifici) a noi sconosciuto. I media avrebbero il compito di contemperare l’emotività del tifoso e la necessità, il dovere di storicizzazione del mestiere del giornalista, ma sappiamo bene come abbiano abdicato da molti anni al compito e preferiscano cavalcare anch’essi le emozioni. Tiratura non olet.

L’editore