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Con Martin: Mister Versatilità

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Gli inizi tra due football

Cornelius Joseph Martin nacque il 20 marzo del 1923 a Rush, una piccola cittadina affacciata sul Mare d’Irlanda. Come tanti giovani irlandesi Martin cominciò a praticare gli sport della sua terra, in particolare il Gaelic football nel St Maurs di Rush e nel St Marys di Saggart arrivando a rappresentare la Contea di Dublino ad appena diciotto anni, nel 1941, e vincendo subito il torneo della provincia di Leinster. La sua carriera nel calcio gaelico terminò presto: si scoprì che tradiva il Gaelic praticando anche il soccer, “sport straniero” bandito dalla Gaelic Athletic Association e oltre a ricevere una squalifica a vita dovette restituire le medaglie conquistate sul campo. La squalifica venne poi annullata nel 1971, ben trent’anni dopo, e le medaglie restituite. Il calcio straniero l’aveva imparato mentre prestava servizio nella Aer Chór na hÉireann, l’aeronautica irlandese.

Venne ingaggiato dal Drumcondra, militante nella prima divisione del campionato irlandese, e immediatamente emerse la sua versatilità, caratteristica che gli fece guadagnare il soprannome di “Mr. Versatility”. Nel 1946 vinse la FAI Cup coprendo tutti i ruoli della difesa e passò al Glentoran. Fu in questo periodo che esordì nelle due nazionali irlandesi: portiere del FAI XI (Éire) e difensore dell’IFA XI (Irlanda del Nord).

ConMartin

Al Glentoran non rimase molto: nel 1946 il Manchester United cercava un portiere e il compagno di nazionale Johnny Carey raccomandò Martin a Matt Busby. Martin rifiutò l’offerta e nel dicembre del 1946 firmò per il Leeds, preferendo una posizione di movimento. Con i Whites giocò terzino sinistro, difensore centrale, mediano sinistro e mezzala. Nel settembre del 1948 cambiò ancora casacca, passando all’Aston Villa dove cominciò come difensore centrale con qualche concessione al ruolo di terzino destro. La stagione successiva venne spostato a terzino sinistro, ma a seguito dell’infortunio al portiere Joe Rutherford lo sostituì giocando in porta 26 partite di campionato e una di FA Cup; per tornare in seguito a coprire il suo ruolo di centrale difensivo.

Conclusa l’esperienza ai Villans durata otto stagioni tornò in patria, prima al Waterford e poi al Dundalk come giocatore-allenatore.

Le due nazionali irlandesi

L’esperienza internazionale di Martin cominciò nel 1946 quando in Irlanda c’erano due federazioni rivali, la IFA (Irlanda del Nord) e la FAI (Éire). Entrambe sostenevano di avere giurisdizione su tutta l’isola e operavano in tal senso, convocando calciatori indipendentemente dalla parte dell’isola nella quale erano nati.

Tra il 1946 e il 1956 Martin giocò trenta partite per il FAI XI segnando sei reti. Debuttò il 16 giugno del 1946 durante un tour nella penisola iberica: al trentesimo minuto del match contro il Portogallo, il portiere irlandese Ned Courtney si infortunò e Martin lo sostituì. A seguito della buona prova mantenne il posto tra i pali nella partita successiva contro la Spagna dove riuscì a rispondere a tutti gli attacchi della temibile linea offensiva spagnola e difese il vantaggio di 1-0. Seguiranno tante altre partite, in particolare tutte e quattro le gare del girone di qualificazione ai Mondiali del 1950 contro Svezia e Finlandia e la prima vittoria di una nazionale esterna al Regno Unito contro l’Inghilterra il 21 settembre 1949 al Goodison Park di Liverpool (2-0, marcature inaugurate da Martin su rigore).

Martin giocò anche sei partite per l’undici della IFA tra il 1946 e il 1950. L’ultima presenza arrivò l’8 marzo del 1950 in una partita contro il Galles valida per il Torneo Interbritannico del 1950 e per le qualificazioni al Mondiale dello stesso anno. Martin, Tom Aherne, Davy Walsh e Reg Ryan divennero gli unici quattro calciatori ad aver giocato le qualificazioni a una Coppa del Mondo per due nazionali diverse nella stessa edizione.

L'Irlanda che sconfisse l'Inghilterra nel 1949: Con Martin è il primo in piedi.

L’Irlanda che sconfisse l’Inghilterra nel 1949: Con Martin è il primo in piedi.

Eredità e versatilità

Il figlio Mick Martin, nazionale irlandese, ha giocato nella prima metà degli anni ’70 per il Manchester United, mentre la carriera dell’altro figlio Con Jr. è stata frenata dagli infortuni; la figlia Mary ha sposato Gerry Garvan, ex Drumcondra, e il loro figlio Owen Garvan gioca nel Crystal Palace ed è stato già convocato in nazionale da Trapattoni.

Capitano di entrambe le nazionali irlandesi, capace di giocare con eguale abilità tra i pali o nella linea d’attacco, calciatore e allenatore, giocatore di calcio, calcio gaelico, golf (capitano del Rush Golf Club e della Fingal Golf Society) e cricket (per il Rush Cricket Club), Martin è morto il 24 febbraio 2013 lasciando la moglie Vera, i figli Mick, Con Jr., Edward e Phillip, le figlie Mary, Elizabeth e Susan.

Ar Dheis De go dti anam,

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Il futuro dello sport

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Benché la produzione di Panoptikon sarà incentrata sul passato dello sport cogliamo l’occasione di questa fine d’anno per gettare uno sguardo sul futuro: come si evolverà lo sport? Non si possono avere certezze in merito, ma ugualmente è possibile fare alcune considerazioni alla luce delle strade intraprese nel presente.

Dobbiamo innanzitutto distinguere tra le due grandi tipologie di sport: quelli individuali e quelli di squadra. Lo sport individuale – prendiamo come paradigma l’atletica – è solitamente votato al raggiungimento della prestazione fisica immediata (la corsa più veloce, il salto più alto, …), mentre nello sport di squadra le variabili atletiche e tecniche individuali si intersecano determinando una prestazione collettiva che a sua volta determina solo parzialmente il risultato finale. È quindi evidente come la prestazione nell’atletica sia “limitata” inderogabilmente all’unica variabile della capacità fisica umana, una risorsa “finita” per così dire, al contrario dello sport di squadra che prende questo parametro e lo utilizza come una delle tante variabili del gioco.

È facile comprendere come gli sport individuali debbano ricorrere a “stratagemmi” per garantirsi un futuro dopo ogni record: a Johnson deve succedere Bolt e a questi deve succedere qualcun altro. Per garantirsi un futuro l’atletica ha deciso di ricorrere ai “freaks”. Man mano che passa il tempo il miglioramento della prestazione massima è sempre minore; questione di dettagli. Bolt è alto un metro e novanta centimetri, quasi dieci centimetri più di Michael Johnson, e un metro è occupato dalle sole gambe. Ne risulta una falcata di circa due metri e mezzo che gli garantisce di poter completare 100 metri con una quarantina di falcate. Può dunque avere tutti i difetti tecnici che vuole finché mette in fila quaranta falcate da due metri e mezzo. Ugualmente, però, Bolt migliora il record sui 200 metri di Johnson (19.20 contro 19.22) dello 0,1%, ovvero di soli 20,7 centimetri. Maggiore è la distanza e minore è l’incidenza del fisico: a un gigante con una falcata di 100 metri basterebbe il tempo necessario a fare un passo per battere il record, ma avrebbe maggiori difficoltà all’aumentare della distanza da coprire. L’escamotage funziona fino a un certo punto.

Dove non arriva l’escamotage delle gambe più lunghe arrivano le protesi. Il caso di Oscar Pistorius ha smosso opinioni differenti e studi scientifici che hanno dimostrato – forse è meglio dire perorato – tesi opposte. In ogni caso Pistorius nella sua volontà di competere contro atleti normodotati (perdonatemi ma non sono aggiornato sulla terminologia più politically correct del momento) deve affrontare vantaggi e svantaggi. Proprio perché le condizioni di partenza non sono uguali per tutti – o per lo meno assimilabili – non sembra giusta la decisione del CIO di farlo competere coi normodotati. Ma sicuramente agli sponsor e ai telespettatori, che potevano gustarsi la Storia (in salsa “io c’ero”/”clicco mi piace”) e la corsa del freak comodamente in poltrona senza nemmeno doversi sorbire Barbara D’Urso, è sembrata giusta.

Questa è dunque la strada intrapresa dall’atletica e simile è quella che ha deciso di seguire la Formula Uno. Con un regolamento kafkiano, trionfo di puro onanismo burocratico, la corsa alla macchina più veloce è sfociata in una pista elettrica in scala 1:1 che ricorda gli scacchi umani. Le macchine sfrecciano veloci, velocissime, sul binario loro preposto e il sorpasso, rigidamente regolamentato, dipende da mezzi tecnologici: se soddisfi i requisiti puoi premere il bottoncino del turbo. Supercar non era un telefilm un po’ pacchiano, era un precursore.

Il re degli sport di squadra, il calcio, non se la passa meglio. Abbiamo assistito quest’anno alla farsa del record di Messi: nonostante non sia stato omologato dalla FIFA – per non subire l’onta di avere un record detenuto da un africano invece che da uno dei tanti pseudo-campioni di regime – per i media continua a esistere e viene citato in questi giorni in tutti i resoconti di fine anno. Proprio i media detengono in ambito sportivo il potere dell’immediato futuro come uniche espressioni “d’informazione” e storicizzazione in grado di intrattenere le masse. Cavalcandone l’emotività si pongono come genitori-amici. E se i media “tradizionali” sono genitori troppo amici dei figli, i nuovi media, blog e siti internet, sono i veri e propri amici. Trascinati dai meccanismi di semplificazione dei social network ci aggreghiamo attorno a chi semplifica. Cristiano Ronaldo ha un triliardo di like – che non fa rima con Nike, ma cambia solo una lettera, – dev’essere per forza un campione.

Infine i Giochi Olimpici. È difficile parlarne, è come descrivere la lenta agonia di un caro amico sulla via del tramonto. La strada intrapresa da decenni (da sempre?) è quella di inserire nel programma sport che possano coinvolgere specifici mercati e accontentino lobby di potere interne ed esterne. La sensazione è che non si possa andare avanti ancora per molto con una manifestazione ridotta a un ridicolo spettacolo di “sport”, definiamoli così, più o meno bizzarri. Anche in questo caso si tratta comunque di una buona occasione per i media d’inventare qualche personaggio che serva da riempitivo durante l’anno.

Qual è il futuro dello sport dunque? RECORD! CAMPIONI! VITTORIE! A solo un euro.

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La vita e il record di Godfrey Chitalu

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Gli inizi e il primo titolo di capocannoniere

Godfrey Chitalu nacque il 22 ottobre del 1947 a Luanshya, nell’allora protettorato britannico – vera e propria colonia – della Rhodesia Settentrionale. Nel 1964 il suo paese divenne il primo a cambiare nome e bandiera tra la cerimonia d’apertura e quella di chiusura dei Giochi Olimpici: quello che si era presentato in Giappone come Northern Rhodesia ottenne l’indipendenza il 24 ottobre, giorno della cerimonia di chiusura, e si accomiatò con la nuova bandiera verde dello Zambia.

Chitalu diede i primi calci al pallone a scuola e in alcune squadre amatoriali della città per poi aggregarsi al Kitwe United nel 1965 e vincere soli tre anni dopo la classifica cannonieri del campionato zambiano con l’incredibile score di 81 reti – insieme al primo dei suoi cinque (altro record) premi come miglior calciatore zambiano dell’anno. Nel 1970 vince la Challenge Cup e l’anno seguente si aggrega ai Kabwe Warriors, i “guerrieri” della città della Provincia Centrale considerata la culla dell’indipendenza zambiana, ma una controversia riguardante il costo del trasferimento gli fa perdere le prime sei partite della stagione. Ugualmente terminerà la stagione da capocannoniere con 41 reti.

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Il record

Il 1972 è l’anno del record, di un’impresa dimenticata dal “calcio che conta” che ha reso Chitalu una figura leggendaria nello Zambia – del quale colpevolmente ricordiamo solo Bwalya – e in tutta l’Africa. Un’impresa ancora più incredibile se pensiamo che in realtà Chitalu segnò più di 107 reti.

Chitalu comincia la stagione il 23 gennaio con una doppietta nel 2-2 contro i lesothiani del Majantja FC, gara valida per l’African Champions Cup, antenata dell’attuale Champions League africana. Nella gara di ritorno al Dag Hammarskjöld Stadium di Ndola (chiamato così in omaggio all’ex segretario generale dell’ONU) piovono reti: ben sette delle nove marcature zambiane sono di Chitalu. Nonostante i resoconti dell’epoca riportassero Chitalu in testa alla classifica dei marcatori esaltandone le qualità realizzative e scrivendo di come in sole due partite avesse già imposto un ritmo tremendo agli altri pretendenti, queste nove reti complessive vennero successivamente tolte dal computo perché segnate quando “la stagione non era ancora cominciata”. Quando la stagione “comincia” per davvero Chitalu aggiunge subito un’altra tacca, la prima ufficiale: Warriors-United 1-0, proprio contro la sua ex squadra.

La cavalcata di Chitalu continua: doppietta alla squadra della polizia, tripletta nel 7-1 al Maseru United, addirittura quattro nel 14-2 contro i Norco Rangers. E continua anche in nazionale: tra le “vittime” il Lesotho, doppietta nel 6-1 valevole per le qualificazioni alla Coppa del Mondo, lo Sheffield United e i cileni dell’Unión Española. Siamo solo ad agosto e dopo l’ennesima doppietta, stavolta da capitano della selezione All Stars, il suo tabellino personale riporta 71 reti.

Due mesi dopo, ottobre 1972, è arrivato a 92 reti battendo così anche il suo record personale di 81 reti segnate nel 1968; tra Chitalu e i due inseguitori – Bernard Chanda dei Wanderers e il compagno di squadra Sandy Kaposa – ci sono 57 reti. Si potrebbe pensare a un calo fisico o emotivo o ancora di concentrazione. Niente di tutto questo, anzi: a questi numeri impressionanti seguono 17 partite consecutive con i Warriors sempre a segno, con picchi di cinque reti a Buseko FC e Roan e ben sette in due partite contro il Mufulira Wanderers, con un poker servito a domicilio.

Il centesimo goal arriva nella vittoria per 4-2 all’Independence Stadium contro il Kalulushi Modern Stars, seguito dal 101esimo e dal 102esimo in una tripletta storica. Segna ancora una doppietta contro il suo ex Kitwe United e una tripletta complessiva nei due match tra Midlands XI e Copperbelt XI validi per il trofeo della National Football League zambiana. Siamo a dicembre e la stagione è finita: un bottino da 107 reti.

I premi in palio sono tutti suoi: quando riceve il premio di capocannoniere attribuisce il successo al supporto dei suoi compagni di squadra che definisce “altruisti”. Il record gli vale un pallone giallo in regalo dallo sponsor Rothmans con il suo nome e il numero di goal segnati incisi sopra.

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Il record partita per partita, una ricerca di Jerry Muchimba

Il ricercatore zambiano Jerry Muchimba ha minuziosamente documentato tutte le reti del record. Ecco il risultato del suo eccezionale lavoro:

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Chitalu e la nazionale

Godfrey Chitalu debutta nel giugno del 1968 nella vittoria per 2-1 contro l’Uganda e nel 1974 partecipa alla Coppa delle Nazioni Africane in Egitto, segnando un goal contro i padroni di casa. Lo Zambia arriva in finale, ma perde contro lo Zaire nella ripetizione resasi necessaria dopo il 2-2 finale del primo match. Nell’aprile del 1975 viene escluso dalla nazionale per due anni: tornerà in campo il 27 febbraio del 1977 grazie al nuovo allenatore della nazionale, il tenente colonnello Brightwell Banda, subentrando dalla panchina e segnando subito due goal nella vittoria valida per le qualificazioni alla Coppa del Mondo proprio contro l’Uganda.

Ancora a segno cinque mesi dopo nella gara di qualificazione alla Coppa delle Nazioni contro l’Algeria, compie i trent’anni festeggiando a suon di reti e vince il premio di sportivo zambiano dell’anno pur non vincendo quello di calciatore dell’anno. L’anno seguente è capocannoniere della CECAFA Cup in Malawi con unici reti, pur perdendo in finale contro i padroni di casa. Nel 1978 partecipa alla Coppa delle Nazioni Africane propiziando con un suo cross il gol di Obby Kapita nella sconfitta contro i padroni di casa.

Ha partecipato ai Giochi Olimpici di Mosca nel 1980 segnando una rete all’Unione Sovietica nella sconfitta per 3-1.

Chitalu è secondo solo a Efford Chabala per presenze in nazionale, 103, ed è il miglior marcatore di sempre con 74 reti. A questi numeri vanno aggiunte cinque partite e quattro goal in match correlati ai Giochi Olimpici. Nel 2006 è stato inserito dalla CAF nell’elenco dei migliori 200 calciatori africani della cinquantenaria storia della confederazione.

Chitalu

Dopo il ritiro, la tragica morte

Chitalu ha vinto il premio di allenatore dell’anno nel 1991 alla guida dei Warriors guadagnandosi l’anno seguente la panchina della nazionale. Purtroppo la tragedia era dietro l’angolo: il 27 aprile del 1993 l’aereo che porta la nazionale zambiana a Dakar per il match di qualificazione alla Coppa del Mondo contro il Senegal precipita al largo delle coste del Gabon. Il motore sinistro aveva preso fuoco e il pilota spegnendo quello destro decretò la morte di tutti i passeggeri: personale di servizio, calciatori, staff, dirigenti e un giornalista al seguito della nazionale.

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Il finto record di Messi e le statistiche nel calcio

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La scientifica costruzione del mito in uno sport sempre alla ricerca di un dio da incensare che moltiplichi tirature e pubblicità non ammette la verità storica e così, dopo mesi di titoli sparati in prima pagina, arrivano le piccole smentite: il record di reti segnate in un anno solare di Messi non esiste.

Cerchiamo di fare, finalmente, un po’ di giustizia sulla questione.

Il record di Messi non esiste per se, in quanto difficile da verificare. Non possiamo tracciare tutti i calciatori della storia di tutti i campionati nazionali di ogni Paese. Nell’ambiente della ricerca si attribuisce il record a Godfrey Chitalu, leggenda del calcio zambiano, che nel 1972 segnò 107 reti, ma lo stesso Pelé dovrebbe aver superato le cento reti in un paio di occasioni (1959 e 1961). La FIFA non riconosce il record di Chitalu ed è facile immaginare come la documentazione in merito sia piuttosto discutibile; la decisione è dunque condivisibile, ma sarebbe opportuno attivarsi per fare chiarezza una volta per tutte. Purtroppo la FIFA non ha interesse a farlo in quanto il calcio africano, figlio di un Dio minore, è il “calcio del futuro” e tale deve rimanere. Pelé viene invece penalizzato dalla definizione di “gara ufficiale” secondo la FIFA, una definizione in continua evoluzione. Purtroppo per il brasiliano le amichevoli di club non vengono considerate ufficiali, così come molte competizioni dell’epoca: non è il caso di dilungarsi sulla questione visto che il dibattito in Sudamerica è tuttora molto acceso, ma basterà citare il fatto che la gran parte dei ricercatori utilizza metodi diversi per definire una gara ufficiale rispetto a quello di matrice più politica che sportiva della FIFA.

Il record di Messi non è significativo. Il numero di reti segnate in un anno solare è un numero che non dice nulla sulla qualità delle stesse e del calciatore. L’argentino ha segnato quest’anno 86 reti in 66 partite con 14 rigori, Müller 85 in 60 partite con soli tre rigori nel 1972. Appare chiaro come le reti del tedesco abbiano un “valore aggiunto” rispetto a quelle di Messi. Si potrebbe poi valutare quanto queste reti abbiano inciso sul risultato finale e in che maniera siano state segnate e tanti altri aspetti (nel 1972 la prassi per l’attribuzione di un autogoal era diversa, ad esempio), esercizi che servirebbero a dare qualità alla quantità.

Tralasciando gli interessi dei media nel record di Messi, è acclarata una carenza di competenza statistica nel calcio, specialmente se paragonato agli sport americani. Da anni porto avanti una battaglia – solo di principio, poiché non essendo abile coi numeri non posso dare un contributo fattivo – per una maggiore consapevolezza statistica nel calcio. Mentre nel baseball da anni si sviluppa la sabermetrica, capace di determinare l’esatto apporto qualitativo di ogni giocatore in ogni posizione, noi siamo fermi da un paio di secoli al binomio presenze-reti (persino le reti subite dai portieri non sono indicate da tutti i resoconti statistici). L’unico passo avanti, quello dei chilometri percorsi dal calciatore, è in realtà un passo indietro trattandosi di statistica assolutamente inutile ai fini del giudizio tecnico o agonistico.

Questa incredibile carenza è conseguenza di vari fattori, primo tra tutti la differente maniera di vivere lo sport: il calcio tocca il lato emozionale degli europei e la statistica è una verità che non si vuole sentire; di contro gli americani hanno un bisogno di “esattezza” (la quale non può che essere ottenuta tramite metodi scientifici) a noi sconosciuto. I media avrebbero il compito di contemperare l’emotività del tifoso e la necessità, il dovere di storicizzazione del mestiere del giornalista, ma sappiamo bene come abbiano abdicato da molti anni al compito e preferiscano cavalcare anch’essi le emozioni. Tiratura non olet.

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